Pubblicato: gio, 16 Gen , 2014

Il pentito Mutolo: «A Falcone dissi dei contatti tra Stato e Cosa nostra»

Parla l’ex autista e braccio destro di Totò Riina in videoconferenza al processo per la trattativa fra pezzi deviati delle istituzioni e la mafia, che si svolge dall’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo. «I boss erano preoccupati perché il giudice tolse maxiprocesso a Carnevale»

 

Il giudice Giovanni Falcone

Il giudice Giovanni Falcone

«La mafia era preoccupata perché il dottor Falcone era riuscito a togliere il maxiprocesso al giudice Carnevale. Invece in Cosa nostra si sapeva che appena il processo arrivava al giudice Carnevale, lui lo buttava a terra. Era una sorta di assicurazione. Poi la mafia sapeva che il dottor Falcone avrebbe lasciato Palermo per andare a fare l’ambasciatore in America». Lo ha detto il pentito Gaspare Mutolo, deponendo in videoconferenza al processo per la trattativa tra Stato e mafia, in corso nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo.

Mutolo, ex killer di Cosa nostra, nonché ex autista di Totò Riina, ha raccontato ai giudici della Corte d’assise di Palermo la sua decisione di collaborare con la giustizia e i contatti con il giudice Giovanni Falcone. L’incontro con quest’ultimo, informale e non verbalizzato, avvenne il 15 dicembre 1991 nel carcere di Spoleto, dove Mutolo stava scontando una pena residua del maxiprocesso. «Questa maturazione di collaborare stava nascendo mentre ero fuori e ne parlavo con un mio amico, perché seguivo quello che stava combinando la mafia. Non mi riconoscevo più in una mafia che aveva cominciato ad uccidere anche le donne. La decisione l’ho presa quando uccisero le donne della famiglia Mannoia e la moglie di Bontade. Volevo cambiare completamente vita. Fu così che telefonai al dottor Falcone per informarlo del mio proposito di iniziare a collaborare, a patto di poter parlare esclusivamente con lui. Per me era una vocazione, ero orgoglioso di potere aiutare un personaggio come il giudice Falcone. Gli dissi che c’erano persone delle istituzioni in contatto con i mafiosi, come Contrada (l’ex 007 condannato per mafia, ndr) e Signorino (il pubblico ministero del maxiprocesso suicidatosi nel dicembre del ‘92, ndr) e a Roma c’era il giudice Carnevale con altri personaggi. Gli dissi che volevo collaborare perché volevo distruggere questi rapporti che ci sono tra politica e la mafia». E, stando a quanto riferito dallo stesso Mutolo rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia, il giudice Falcone gli avrebbe detto: «Gaspare, non posso raccogliere le tue dichiarazioni perché sto facendo un altro lavoro a Roma». Ma Mutolo aveva promesso di collaborare parlando esclusivamente con lui. «Allora io gli dissi: “allora non collaboro più”. Ma Falcone mi ha rassicurato dicendo che avrei potuto parlare con Paolo Borsellino».

L’incontro con il giudice Borsellino avvenne il 1° luglio 1992, «in un posto vicino alla prefettura di Roma». L’interrogatorio «sarebbe dovuto essere “blindato”, coperto da segreto istruttorio e invece era diventato il segreto di Pulcinella». Il pentito ricorda inoltre che dopo poco più di un’ora di colloquio, Borsellino ricevette una telefonata dal Ministero. «Mi disse che si doveva allontanare perché doveva incontrare il ministro». Il ministro al quale si riferisce Mutolo era Nicola Mancino, all’epoca alla guida del Viminale, oggi indagato per falsa testimonianza al processo sulla trattativa. Sull’incontro, Mancino, che inizialmente aveva detto di non ricordarlo, ha sostenuto di non poterlo escludere.

Poco prima di quella telefonata, Borsellino aveva appreso dal collaboratore la sua intenzione di fargli i nomi di quegli uomini dello Stato in contatto con Cosa nostra, come il funzionario di polizia Bruno Contrada, il giudice Domenico Signorino e il magistrato di Cassazione Corrado Carnevale. «Borsellino – ha aggiunto Mutolo –ritornò dopo circa due ore. Era infastidito, disgustato, incazzato. Era talmente nervoso che non si era nemmeno accorto che stava fumando una sigaretta e un’altra accesa la teneva in mano e glielo feci notare con una battuta. Io capii dopo perché era così agitato. Mi disse di avere incontrato, fuori dalla stanza del ministro, Contrada e l’ex capo della polizia Vincenzo Parisi. Contrada mostrò di sapere dell’interrogatorio in corso con me che doveva essere segretissimo. Anzi gli disse: “So che è con Mutolo, me lo saluti”. Borsellino era arrabbiato perché del nostro colloquio riservatissimo erano venuti a conoscenza personaggi discutibili».

Nelle sue dichiarazioni rese oggi ai giudici, Mutolo ha detto che Borsellino sapeva che nell’aria c’era l’ipotesi di un accordo tra certi apparati dello Stato e i vertici di Cosa Nostra. «Il giudice Borsellino sapeva che c’era qualcuno che voleva fare accordi con la mafia e c’erano mafiosi che erano disposti a entrare in contatto con certi personaggi. In quel periodo, chi non voleva sentire quello che stava succedendo attorno anche a poliziotti e magistrati non sentiva, chi non voleva capire non capiva. E Borsellino aveva capito». Mutolo ha poi raccontato di un episodio avvenuto nei locali della Dia di Roma, nell’estate del ’92, pochi giorni prima della strage di via d’Amelio. Secondo il pentito, Borsellino si sarebbe opposto a una forma di accordo tra lo Stato e Cosa nostra che si sarebbe manifestata con la dissociazione dei boss in cambio di benefici. «Io ero in un altro ufficio della Dia, in via Carlo Fea a Roma e Borsellino era in un’altra stanza. All’improvviso l’ho sentito gridare. Ho sentito parlare di dissociazione e Borsellino che diceva: “Ma questi sono pazzi!” in maniera disgustata. Borsellino era arrabbiato e continuava a gridare: “Ma che vogliono fare?”. Si vociferava che oltre ai siciliani ci potevano essere altri personaggi come i calabresi. Si era saputo che c’erano dei personaggi delle istituzioni, parlo dei carabinieri, ma anche dei Servizi segreti, di personaggi che dovevano intercedere per portare avanti il discorso della dissociazione. C’era pure prete e dei personaggi politici che dovevano portare avanti questo discorso della dissociazione e di ampliare il discorso dei collaboratori. Avevano capito che questa cosa dei collaboratori era un piega importante e la volevano bloccare prima di cominciare. Da quello che ho capito c’erano personaggi, mafiosi e camorristi che avevano fatto sapere che bastava dire “io mi dissocio dalla camorra” o dalla mafia e potevano usufruire di una specie di amnistia, si parlava del 41 bis, una condizione che mal sopportavano i mafiosi».

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