Pubblicato: ven, 2 Dic , 2016

Il coraggio della fragilità

 La violenza sulle donne è una delle forme più diffuse di violazione dei diritti umani

 

            Il 25 Novembre si è celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne  .   Un  fenomeno ,  dalle dimensioni enormi,  che vede la donna vittima   reclusa  di un reticolato  culturale   che   le impedisce di esprimersi a pieno  come persona, che  la ferisce e   la offende nella propria dignità,  fino a  mettere in pericolo anche l’esistenza stessa.   E’ una delle forme più diffuse di violazione dei diritti umani.

no-violenza-donneI dati che conosciamo  ci aiutano a comprendere la drammaticità della situazione attuale.   Quello della violenza maschile sulle donne è un fenomeno presente in ogni area geografica  e in ogni cultura.  1/3 delle donne nel mondo, nel corso della loro vita, sono state vittime di violenza (dati Oms)  . La  più comune è quella domestica.  Solo in Italia dall’inizio del 2016 si sono avuti 116 femminicidi,  128 quelli del 2015.

            Sorge spontanea la domanda :  ma perché ancora oggi questo fenomeno è così diffuso, persino nei paesi democratici ,  dove la cultura dei diritti umani dovrebbe essere radicata  ?   L’esperienza mi porta  a rispondere che  tale diffusione è dovuta principalmente alla scarsa conoscenza del fenomeno e quindi all’incapacità di costruire percorsi di prevenzione e presa in carico delle situazioni “critiche” che si vivono all’interno del focolare domestico.  Siamo ancora in ritardo  e  si agisce principalmente nell’emergenza e a posteriori, quando il male si è ormai manifestato.  La società stessa si trova impreparata e indifferente  , rispetto a questi fenomeni , che spesso si caratterizzano per l’omertà e la solitudine che li circonda.

            Come religiosa   condivido,   da molti anni, la vita con donne e minori , in una casa di accoglienza della Toscana.   Quelle che mi scorrono accanto sono  storie di abbandono,  violenza e  sfruttamento  , persecuzione.  Raccontano il dolore e la sofferenza per una vita che nessuna di  loro si era immaginata ,  ma raccontano anche il coraggio ritrovato  nella complicità di un cammino di rinascita  condiviso  insieme ad altre donne che come loro si trovano ad affrontare le difficoltà  della vita.  Si ritrovano a camminare insieme: la donna fuggita da  persecuzioni subite nel paese di origine con la donna scappata dal lavoro coatto su  strada,  la madre con figli  fuggita da situazioni di violenza domestica  con la donna abbandonata dal marito senza casa e lavoro.  Spesso arrivano in comunità con una sola valigia,  e li c’è tutta la loro vita,  il loro dolore e il loro amore per i figli.  Il dolore e l’amore,   le uniche forze che ancora le spingono a lottare.

            Lo scopo dell’accoglienza è  di condividere con loro,  un  tratto di strada  necessario per ritrovare un po di fiducia in se stesse ,  negli altri,  e nella vita, per poi cercare insieme le possibilità per un successivo reinserimento nell’  ordinario , attraverso un lavoro, una casa e una rete di inclusione sociale. La comunità collabora da anni con i servizi del territorio ,  e con in centri antiviolenza della Toscana,  che garantiscono  alle donne un servizio di  assistenza legale e supporto  psicologico.

La vita  in comunità scorre nel quotidiano in mezzo  le grida gioiose dei piccoli,    in questo luogo in cui è possibile ritrovare uno sguardo accogliente, un ascolto attento, un  posto caldo ricco dell’affetto dei bambini e delle altre donne  che qui vivono. Dove la sera, quando le ginocchia si fanno pesanti e il cuore gonfio per le preoccupazioni, per le mamme  diventa il momento buono  per raccontarsi e farsi coraggio a vicenda , ognuna  con le proprie storie e le proprie sofferenze . E’ proprio  grazie ai   racconti e ai gesti di tenerezza reciproci  che  le ferite si trasformano in feritoie attraverso cui passa la flebile luce della speranza e si può riprendere forza per continuare il viaggio.  Si perché nella comunità si sosta per poi ripartire   verso un futuro migliore.  In questi anni tante le storie recuperate, le ferite risanate,  le donne  che hanno trovato un loro percorso di autonomia e ora  possono  esprimere a pieno la loro dignità di donne , madri e cittadine  attive di una comunità.

Certo, come dicevo all’inizio,  tutto ciò non è sufficiente. Occorre allargare a macchia d’olio il tessuto di solidarietà  intorno  a  tutte le situazioni di  solitudine,  stringendo le maglie della coesione sociale,in una complicità che  aiuti ad alleviare il dolore e a sostenere il peso .   E occorre anche vigilare sui percorsi di vita che abbiamo intorno a noi.  Fare attenzione alla famiglia vicina di casa,  chiedersi come poter stringere legami di amicizia  e solidarietà,  ritornare a scoprire la bellezza e la forza delle relazioni vere. La delega in bianco alle istituzioni competenti non è più sufficiente.  I cittadini possono diventare cittadini attivi ,  attraverso una presenza nel territorio dove vivono che li porti ad essere attenti a ciò che accade intorno,  ai fenomeni di ingiustizia ,  alle cose che potrebbero  essere migliorate,  e insieme collaborare affinché  possa essere esercitata quella meravigliosa forma di prevenzione che è la solidarietà.  Così potremmo avere , meno solitudine, meno omertà, meno sofferenza , e  più condivisione,   più coraggio, più complicità, più  speranza.

Letizia Dei

 

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