Pubblicato: sab, 14 Mar , 2015

Hebron città violata dai coloni e dell’esercito israeliano.

Testimonianza di Sundus Azzeh del Comitato dei Giovani contro gli insediamenti (YAS).

– Di: Mahmud Said Hamad (presidente Associazione amicizia italo-palestinese) –

 

     Hebron, Al Khalil in arabo, una città meravigliosa affermano tutti quelli che hanno avuto occasione di visitarla, una città violentata dai coloni israeliani. Hebron, divisa in due come un dolce a due strati, sotto i palestinesi, sopra gli israeliani e nel mezzo una rete per raccogliere l’immondizia che i coloni gettano dalle finestre e dai balconi per umiliare i propri vicini. Oggi dalle finestre vengono gettati acqua sporca e altri liquidi immondi conditi da insulti e offese: quelli la rete non può trattenerli e l’umiliazione continua ogni giorno, ogni momento, tutti i giorni… tutto questo è iniziato nel 1967 all’indomani dell’occupazione israeliana della HebronConfront1 (1) quando un gruppo di 30 ebrei estremisti decise di riprendere la città che, dicevano, Dio aveva destinato loro. Occuparono un albergo e sono rimasti lì… fino ad oggi e si sono espansi, costruendo altre colonie che soffocano Hebron… Nel 1994 uno di loro entrò nella moschea di Ibrahim durante la preghiera del tramonto, aprì il fuoco ed uccise 29 palestinesi; ordinaria amministrazione a Hebron… Hebron dal 1997 è divisa in due zone, H1 governata dall’Autorità palestinese e H2 sotto il controllo israeliano, il passaggio dall’una all’altra spesso è vietato dall’esercito israeliano che controlla tutti gli accessi alla città, buona parte dei suoi negozi sono chiusi, le serrature delle porte saldate dai militari in modo che non sia possibile neppure entrare a dare un’occhiata in un momento di nostalgia… i sentimenti dei palestinesi qui non hanno diritto di cittadinanza… molte strade sono vietate ai palestinesi, per andare a trovare il vicino di casa si scavalcano muri o si fanno chilometri… dal 2000 anche la principale strada del commercio, Shuhada Street, è stata vietata al passaggio dei palestinesi. Nel 2010 lo Youth Against Settlements (YAS), un movimento di base formato dai giovani di Hebron, ha lanciato una campagna per la riapertura di questa arteria vitale di Hebron e da allora, ogni anno, nei giorni intorno al 25 febbraio la società civile di vari paesi occidentali organizza eventi e manifestazioni per non dimenticare e per mostrare il proprio sostegno a chi lotta ogni giorno e non può e non vuole dimenticare. Anche quest’anno in molte città si è manifestato per la riapertura di Shuhada Street, la strada dei martiri, martire a sua volta, e le forze israeliane hanno lanciato contro i pacifici manifestanti di Hebron almeno trenta granate assordanti e dieci bombe lacrimogene. Il corteo è iniziato a Bab Al- Zawiye alle 11.30, in una città coperta da uno spesso strato di neve. Circa centocinquanta palestinesi hanno preso la strada attraverso il mercato della città vecchia verso la moschea di Ibrahim. Arrivati di fronte alla base militare israeliana nell’insediamento illegale di Beit Romano hanno cantato e sventolato bandiere e le forze israeliane li hanno aggrediti. I manifestanti non hanno abbandonato la strada neppure quando due di loro hanno avuto dei malori a causa dell’eccessiva quantità di gas lacrimogeni inalata. Alla fine, cantando una versione araba di “Bella Ciao”, i manifestanti sono tornati a Bab Al-Zawiye. Più tardi le forze israeliane hanno arrestato un giovane palestinese sospettato di aver partecipato alla protesta.

In Italia la campagna Open Shuada Street ha visto protagonista la giovanissima attivista Sundus Azzeh che ha attraversato il paese raccontando la sua esperienza e spiegando lo spirito e le attività dei YAS.

Sundus ha 21 anni, studia inglese all’università di Hebron ed è un membro dello YAS, un gruppo di giovani volontari che lotta contro l’occupazione israeliana e cerca di proteggere i palestinesi dalle violenze dei coloni. Spesso, dice Sundus, si recano nelle case dei cittadini di Hebron che hanno paura di essere attaccati dai coloni o dall’esercito intenzionato ad impossessarsi dell’edificio e stanno con loro per non farli sentire soli e per far vedere agli israeliani che il popolo palestinese è unito e non si arrende. Racconta che non escono mai senza una videocamera in modo da poter filmare le violenze e metterle poi in rete per far vedere al mondo cosa accade quotidianamente in quella città; “le videocamere sono le nostre pistole” afferma significativamente Sundus… I video servono anche per difendersi dalle false accuse dei coloni che, spesso, vanno dai soldati a lamentarsi di essere stati attaccati dagli attivisti durante le manifestazioni: i video sono la testimonianza che le violenze non sono state messe in atto dai palestinesi e molte volte sono stati la prova decisiva che ha consentito la scarcerazione dei giovani dello YAS. Sundus ha poi raccontato a tutti noi quanto è difficile vivere in una città in cui vivono 700 coloni e 3000 soldati che li difendono e tengono prigionieri 180.000 palestinesi. Sundus racconta di aver paura ad andare in giro da sola per il suo quartiere perché sia lei che la sua famiglia sono stati vittime delle violenze dei coloni mentre i soldati stanno a guardare senza fare niente ed ha paura persino ad attraversare il cortile interno della sua casa per andare dalla camera alla cucina perché al secondo piano della palazzina e di quelle circostanti vivono i coloni che la bersagliano con sassi, immondizia e acqua sporca nonostante lei abbia provato a comunicare con loro, a comportarsi rispettosamente; i loro bambini la offendono in arabo ogni volta che la vedono.

Alcune volte al checkpoint che divide in due la città e che deve attraversare per andare all’università, è costretta dai soldati a scendere lungo un pendio, aggirare il checkpoint e a risalire dall’altra parte scavalcando un muro; Sundus racconta che non tutti i soldati sono cattivi, alcuni con cui ha parlato non desideravano stare ad Hebron e non vedevano l’ora di tornare a casa, ma sono loro che fanno il bello e il cattivo tempo ed ogni volta che il contingente in servizio cambia non puoi che sperare che te ne capiti uno buono… L’unità peggiore che ha incontrato è stata l’unità Golani, i suoi membri si divertivano ad offendere i palestinesi e a trattenerli senza motivo al checkpoint. Una volta hanno trattenuto lei e suo fratello minore per tre ore così un certo punto il ragazzo, annoiato, ha bussato al finestrino della macchina di un colono che era fermo lì vicino ed è stato picchiato. Sundus ha protestato ed è stata arrestata e portata al posto di polizia: è stata una brutta esperienza, ma almeno, ci racconta, ha potuto percorrere Shuhada Street…

La sua casa è stata perquisita tre volte, di notte, l’ultima volta hanno svegliato suo fratello e gli hanno detto che volevano giocare a calcio con lui dentro casa visto che avevano saputo che era molto bravo, alle tre del mattino! Sundus conclude dicendo che la vita a Hebron non è semplice, ma i palestinesi non possono andare via perché è quello che i coloni vorrebbero, i palestinesi vogliono essere liberi nella propria terra!

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