Pubblicato: lun, 6 Lug , 2015

Ha vinto la democrazia.

Nel referendum greco il no vince con il 61,3%: l’Europa liberista dei tecnocrati è insostenibile.

 

Yanis VaroufakisI greci hanno detto no: non intendono continuare a svenarsi per sostenere il sistema finanziario che socializza le proprie perdite e privatizza i ricavi collettivi. Il 90% degli aiuti alla Grecia sono finiti alle banche creditrici, i greci hanno ottenuto la diminuzione delle pensioni e degli stipendi. I tagli gravosi alla spesa non hanno abbassato il debito greco che è salito invece al 180% e 4 bambini su 10 vivono in povertà, la mortalità infantile dopo l’intervento della troika è aumentata del 43%, un giovane su due è disoccupato. Ebbene, il 93% dei nuovi sacrifici imposti dalle lobby andrebbero a coprire il costo del debito. Non un salvataggio dei sofferenti, dunque, ma piuttosto degli speculatori. A questo i greci hanno detto no.

L’Europa della Merkel e di Hollande, che infatti si incontrano da soli dopo il voto ellenico, è pedissequo strumento di un mercato eticamente corrotto. Ciò che i revisori di conti delle lobby chiedono è la sottomissione ai loro controlli dei rappresentanti democraticamente eletti, un sistema dove domini un centro di potere sovranazionale e non eletto. Come spiegarsi, altrimenti, l’imposizione del jobs act alla Grecia, strumento legislativo che nulla ha a che vedere con il contenimento della spesa?

A questo modello economico politico, a questa Europa Tsipras si è opposto e ha chiesto ai cittadini se su ciò godesse del loro consenso. Ha dato una lezione di democrazia, ha ridato ai cittadini la sovranità che la troika avrebbe voluto loro sottrarre. E i greci a grande maggioranza, il 61,3%, stanno con lui. Puntavano sulla paura i revisori dei conti, hanno sottovalutato la maturità di un leader e dei cittadini greci.

Sapranno adeguarsi i circoli ristretti alla democrazia, che, già sconfitte le minacce militari o risorta dal sangue versato nelle gendarmerie, adesso ha da affrontare il più subdolo potere delle lobby finanziarie e dei loro strumenti di corruzione della convivenza sociale?

Ha scritto Rousseau che in una società democratica “ nessun cittadino deve essere tanto ricco da poterne comprare un altro e nessuno tanto povero da essere costretto a vendersi”. Sì, nessuna società sarà mai democratica se tutti i componenti d’essa, nessuno escluso, non abbiano assicurate le condizioni indispensabili per poter decidere liberamente. Possiamo dire in tutta coscienza che siano così le società informate al neoliberismo, cui guardano le lobby capitalistiche che dirigono la mutazione dell’Europa da come era stata pensata, solidale e dei diritti, da coloro che l’hanno auspicata e da come la immagina Tsipras e i cittadini che l’hanno eletto e riconfermato con il referendum? Non crediamo proprio.

Il sistema mondiale, a cui si riferisce l’Europa con sede a Francoforte, uccide la libertà e le possibilità di scelta autonoma della enorme maggioranza dei cittadini. Sfreccia inquinando una Ferrari accanto a un carretto dell’immondizia dove grattano nugoli di bambini. Società, dunque, profondamente ingiuste che assassinano i fondamenti della nostra proclamata civiltà. Fame, sete, depauperamento della casa comune, elementari diritti negati, esodi biblici di disperati, insicurezza pure nell’emisfero ricco, che palesano il fallimento di un modello di sviluppo. E tuttavia continuiamo ad affidarci ai guru della finanza che coi loro numeri contano le cifre dei disastri. Questo caos planetario, questi metodi di rapina dei grandi sistemi bancari e finanziari perpetuano i delitti che li hanno cresciuti, dalla tratta degli schiavi, dal colonialismo allo sfruttamento feroce dell’uomo e del suo lavoro mercificati.

Tsipras è stato lasciato solo a contrapporsi per tutti noi alla dittatura della lobby finanziaria che asservisce gli stati pur non avendo alcuna legittimità democratica. Non si tratta di farne un mito, come si sta sfogando a supporre l’affollarsi di Tersite, sono i socialisti europei che dovrebbero vergognarsi della loro sudditanza e insipienza. La posta in gioco è la difesa delle ragioni e dei principi culturali, giuridici ed etici scritti come fondamenti sulle costituzioni della nostra civiltà.

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