Pubblicato: sab, 12 Ott , 2013

Giornalista condannato per diffamazione: criticò il sindaco

Rino Giacalone è stato condannato dal tribunale di Trapani a risarcire per 25mila euro Girolamo Fazio. Un duro colpo per la liberà di stampa

 

censuraIl giornalista Rino Giacalone è stato condannato a pagare un risarcimento danni di 25 mila euro all’ex sindaco di Trapani, Girolamo Fazio. Il giudice onorario Giovanni Campisi ha ritenuto diffamatori alcuni passaggi di un articolo del noto cronista pubblicato nel 2007 sul sito di “Articolo 21”, nel quale venivano rivolte valutazioni critiche per una lettera di Fazio all’ex prefetto Fulvio Sodano, che imprenditori poi arrestati per mafia avevano affrontato per indurlo a rinunciare alle sue iniziative contro Cosa nostra. Un largo schieramento del consiglio comunale aveva proposto il conferimento a Sodano della cittadinanza onoraria, ma qualche tempo dopo Fazio scrisse all’ex prefetto per spiegare, tra l’altro, che la cittadinanza non gli era stata conferita poiché il suo caso era diventato «oggetto di strumentalizzazione politica».

Ma andiamo con ordine. Era l’estate del 2007, quando Fazio aveva scritto che Sodano, non soltanto aveva rilasciato delle dichiarazioni pubbliche poco opportune, ma si era persino «eletto ad unico paladino della legalità». «Con le sue denunce – scriveva Fazio in questa sorta di scambio epistolare in merito alla mancata concessione della cittadinanza onoraria di Trapani – Sodano rischia di passare per uno di quei tanti professionisti dell’antimafia, tutti parole e niente fatti», smentendo di conseguenza che il suo trasferimento era stato un favore alla mafia. La “colpa” di Giacalone era stata quella di riportare la vicenda in un articolo, evidenziando la gravità di tali affermazioni.

In quell’ articolo, tra le altre cose, si leggeva: « Quando vengono scritte cose che al sindaco di Trapani non piacciono, non si è bollati come mafiosi ma come “professionisti dell’antimafia” che hanno tanti interessi, tranne uno: quello che la mafia venga sconfitta perché, spiega, si metterebbero in discussione tante carriere e tanti vantaggi. Fazio ha ripetuto il suo solito esercizio che è quello delle negazione della realtà, ha ribaltato le cose come in queste stesse ore si è scoperto sta facendo il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro. Per carità, non vogliamo dire che ci siano collegamenti, il caso vuole che, in un pizzino diventato conosciuto adesso, Matteo Messina Denaro grida anche lui al complotto, parla di una nuova inquisizione di Torquemada da strapazzo a proposito di chi indaga e dirige la sua ricerca. Si rivolge così ad uomini che tra le mani utilizzano un codice penale mentre lui tra le mani continua a tenere stretto un codice d’onore sporco del sangue di tanti morti ammazzati. Anche del sangue di giornalisti, di quelli che Fazio, alla pari di altri, magistrati compresi, bolla come professionisti dell’antimafia. Forse è ora che il sindaco di Trapani faccia i nomi e indichi i vantaggi conquistati da ognuno di questi».

Fazio, offeso per l’accostamento all’atteggiamento del boss latitante, aveva quindi promosso una causa civile contro il giornalista, noto per essere un attento e preciso osservatore della sua terra, lamentando che nell’articolo non fosse stata data un’informazione «completa e affidabile». In particolare, aveva chiesto un risarcimento danni di 50 mila euro. Somma che, aveva promesso, avrebbe devoluto all’associazione antimafia Libera (quest’ultima, però, aveva subito rifiutato la proposta). Giovedì è arrivata la sentenza, come un colpo dritto al cuore della libertà di stampa: oltre alla condanna a 25 mila euro, il giudice Campisi ha disposto la pubblicazione dell’estratto della sentenza per quattro volte sul “Giornale di Sicilia”.

«È una sentenza che mi suscita amarezza – ha commentato Giacalone – Il giudice ha lamentato che nell’articolo in questione pubblicato sul sito di “Articolo 21” manca la cronaca completa dei fatti e che si è travalicato il diritto di critica. L’articolo voleva mettere in evidenza il fatto che dalle parti di Trapani si parla spesso e male dell’antimafia, sociale e giudiziaria, e Fazio in quella lettera senza dubbio alcuno stigmatizzava l’azione sociale antimafia. È vero come ha sentenziato il giudice non ho fatto la cronaca completa di quella lettera, avrei dovuto scrivere e aggiungere che al sindaco Fazio non risultava che il prefetto Fulvio Sodano avesse mai svolto una azione a difesa dell’impresa confiscata alla mafia Calcestruzzi Ericina e però Fazio a Sodano voleva concedergli un encomio. Faccio ammenda. Non gli ho mai chiesto per cosa secondo lui Sodano meritasse l’encomio».

«La difesa di Sodano di quell’impresa – continua il corrispondente de “La Sicilia” – all’epoca dell’articolo risultava attestata da inchieste, oggi da sentenze passate in giudicato. Prendo atto della sentenza e certamente presenterò appello. Non sta a me sancirlo, non posseggo titolarità, sommessamente dico che oggi dinanzi a questa sentenza perde ancora più valore l’articolo 21 della Costituzione. Infine, mi corre l’obbligo di ringraziare la sezione di Trapani del sindacato dei giornalisti che si è costituita a mio fianco nel procedimento, l’associazione Libera che è stata sempre al mio fianco e il mio difensore, l’avv. Giuseppe Gandolfo».

Questa vicenda dovrebbe accendere i riflettori sull’articolo 21 della nostra Costituzione, troppo spesso calpestato ai danni soprattutto di quei tanti giornalisti che lavorano nelle “periferie” del nostro Paese. Questa volta è toccato a Giacalone esser punito, perché – secondo un giudice per giunta non “togato” – ha fatto un accostamento che ha danneggiato moralmente l’ex sindaco Fazio. «Ogni giorno – afferma Giacalone – non c’è giornalista che non incontri un ostacolo sulla sua strada, c’è chi sceglie ovviamente di starci, di stare al gioco delle parti, c’è chi resiste, c’è chi il bavaglio se lo è messo da se c’è chi accetta di farselo mettere, c’è chi mette la sua penna a disposizione di chi magari ricambia con qualche ricca ricarica telefonica o regalie di Natale. L’attenzione deve essere per tutti, anche per chi cade nei tranelli e nelle trappole, non per i singoli. È questo quello che Vi chiedo di fare. Difendere nella nostra provincia l’articolo 21 significa potere raccontare in libertà quello che accade, le visioni della cronaca possono essere anche diverse, gli articoli possono essere condivisi o meno, ma nessuno potrà mai smentirmi nel dire che nel nostro tessuto sociale il pensiero mafioso dell’assassino Matteo Messina Denaro e che cioè l’antimafia è peggio della mafia ha fatto breccia».

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