Pubblicato: sab, 16 Gen , 2016

Sei un giornalista? Lavora pure, ma gratis.

400 giornalisti autonomi e sindacalisti coordinati dal consigliere nazionale della FNSI, Maurizio Bekar, hanno sottoscritto la lettera appello al premier Matteo Renzi che abbiamo già pubblicato e che invita a prendere sul serio la precarizzazione e le diseguaglianze tra i giornalisti.  I dati LSDI dicono il perchè.

E’ stato già detto in questi giorni in una lettera appello al premier Matteo Renzi , lanciata dal freelance Maurizio Bekar con al seguito un drappello significativo di sindacalisti giornalisti , che ha raccolto 400 firme tra quelli fuori dalle redazioni, i non dipendenti, in pochi giorni: i giornalisti oggi sono autonomi, ma poveri. Sfruttati da un sistema perverso in cui la crisi rappresenta solo un aspetto del problema. A spiegare bene il quadro i numeri dell’osservatorio LSDI, che ci raccontano la scomparsa delle redazioni a porte chiuse ed un nuovo fenomeno, quello dei giornalisti liquidi. Operosi, zelanti, multitasking, questi nuovi professionisti dell’informazione, fiscalmente attivi sono ben 40.534, dieci volte il numero vantata nel 1997, daglii iscritti alla cassa di previdenza dei giornalisti autonomi, l’inpgi2.

Il problema nasce quando questo zoccolo duro che produce informazione dichiara di non guadagnar e, mentre 7 giornalisti attivi su 10 guadagnano meno di 10 mila euro l’anno. Il reddito alto (sopra gli 80 mila euro l’anno), tra i giornalisti si concentra in 4.880 giornalisti subordinati. Dunque, i giornalisti non tutelati da un contratto di lavoro tipico e subordinato, guadagnano almeno sei volte di meno dei loro colleghi subordinati, ma non possono permettersi né welfare, né assicurazioni private, né di non lavorare più. Non hanno scampo.

L’ informazione flash, smart e splash è assicurata dal sistema informativo talvolta moltiplicato, sui diversi mezzi, dalla stessa testata. La politica e le istituzioni devono intervenire con urgenza. Diversi i punil prigionieroti suggeriti nella lettera sindacale. Oltre questi far rispettare l’equo compenso, il diritto d’autore, soprattutto sul web. Cancellare dai finanziamenti pubblici gli editori senza un credibile piano editoriale ed industriale, favorire le cooperative di professionisti ed i co-working, ma sopratutto impegnarsi a non mettere il bavaglio al segreto sulle fonti. Rispettare il lavoro dei giornalisti e proteggerlo con equità è un atto costituzionalmente dovuto, ma dimenticato.
Questa diseguaglianza tra lavoro autonomo e non esiste anche in altre professioni, ma la crisi economica e finanziaria generale che pur ha prosciugato il mercato dei servizi, rischia di diventare un facile alibi, se non si assume una decisione politica forte. L’informazione non è un hobby, ma un lavoro di rischi e fatica, che va tutelato pubblicamente. Occorre ripristinare l’equità delle retribuzioni, sostenere il reddito nei periodi di non lavoro e reinserire, nei casi dei giornalisti, in una tutela quadro legittimata  il contratto anche  le nuove forme di lavoro giornalistico, includendo quelle nuove professionalità che, nel frattempo, si sono inserite. Se, dunque, il cambiamento non va negato, né osteggiato, se occorre evitare malinconiche analisi sul passato che non c’ è più, il senso di giustizia sociale e la matematica ci obbligano a coinvolgere tutte le parti, tutti i giornalisti , dipendenti e non, allo stesso tavolo, con governo ed istituzioni incluse.

Di

- Direttrice responsabile di 100 Passi Journal. Giornalista esperta in nuovi diritti, salute e sanità. Appassionata di cinema e di letteratura. Consigliera nel Direttivo e membro della Segreteria dell' associazione Stampa Romana.

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