Pubblicato: mer, 20 Feb , 2013

Darfur: L’Italia può fare di più, anche per le donne

Un drammatico video-testimonianza, proietato al Senato in cui una giovane di 16 anni chiede al mondo di fare giustizia

 

di Monica Soldano

In Darfur la guerra su larga scala è finita, ma si attende che la pace, per così dire, si manifesti. La ricostruzione costerebbe 6 miliardi di dollari, ma senza la sicurezza non si può ripartire e la sicurezza in Darfur non c’ è ancora. Lo ha confermato, tra le righe, anche Amira Gornas, l’ambasciatrice del Sudan in Italia, oggi in conferenza stampa al Senato per la presentazione del rapporto 2013 di Italians for Darfur. Una rappresentanza del movimento dei rifugiati in Italia, ha, invece,sottolineato l’inerzia del governo locale ed il clima di violenza quotidiana di chi vive ancora nei campi profughi. Di fatto, con l’estinzione di alcune ong e la chiusura dell’ospedale gestito da Emergency l’assistenza sanitaria è precipitata. Così l’impegno di scopo di Italians for Darfur sarà concentrato sull’ospedale pubblico nel sud del Sudan. E se il lavoro della diplomazia europea e statunitense si intensifica, l’Italia cerca di fare la sua parte, con campagne informative, ma anche piccole azioni concrete, soprattutto per la salute dei bambini e delle donne, vittime di stupri e di crimini di guerra. Le donne che vivono nei campi profughi, in tenda , vengono mandate a prendere l’acqua o a cercare la sussistenza giornaliera, così vengono esposte al rischio di incontrare i “nemici della pace”, perchè rischiano solo lo stupro, mentre gli uomini rischierebbero la vita. Questa la cultura cinica e disarmante confermata da un drammatico video-testimonianza, proietato al Senato in cui una giovane di 16 anni chiede al mondo di fare giustizia. E’ uscita dal campo ed è stata violentata da più uomini, ma rientrata al campo, le hanno chiesto di tacere. Non tace, invece Antonella Napoli, la presidente di Italians for Darfur e non vogliono più tacere le giornaliste riunite in G.I.U.L.I.A, l”associazione che oggi rappresentata al Senato da Alessandra Mancuso, ha sottolineato l’impegno perchè lo stupro come arma, sia definito un crimine di guerra a tutti gli effetti. In Bosnia – ha sottolineato Mancuso -60 mila donne sono state violentate, ma solo 30 sono state le condanne. Oggi, a Roma, un segnale politico arriva dall’ambasciata britannica, che proprio nel pomeriggio ha organizzato un convegno per rilanciare il tema della giustizia penale internazionale rispetto allo stupro come crimine di guerra. NEWS_101299 Per Riccardo Nuri di Amnesty International questo femminicidio culturale deve essere una questione all’ordine del giorno, non meno delle altre. I numeri sono incerti, ma se il trend era positivo per parlare di pacificazione in Darfur negli ultimi anni, oggi il rapporto 2013, non rassicura. Ecco perchè è necessaria una campagna di sensibilizzazione anche sul territorio nazionale, in Italia, con i giornalisti, con le scuole, con gli artisti. Ne è un esempio il video che in un minuto racconta il no alla guerra, con le voci di George Clooney, ma anche di Monica Guerritore, Fiorella Mannoia e dei Negramaro.
Anche il musicista Tony Esposito, che ha prodotto il video, ha fatto rete con il noto pittore della neo pop art americana, Mark Kostaby. Sei dei suoi quadri andranno all’asta per la causa del Darfur. Ottimista, invece, Stefano Cera, esperto di peace keeping per il quale proprio le risorse preziose dell’acqua e del petrolio, tanto care anche alla Cina e agli Stati Uniti, potrebbero aiutare a far concentrare gli sforzi per la pace in Sudan, a patto che siano condotte bene e congiuntamente le attività diplomatiche delle Nazioni Unite con il tavolo della confederazione africana.Come a dire: non sempre gli interessi dividono, ma, a volte la pace può unire perfino per questo.

Di

- Direttrice responsabile della testata giornalistica 100 Passi. Giornalista esperta in nuovi diritti, salute e sanità. Appassionata di cinema e di buone letture. Membro eletto del Collegio dei Probiviri della Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

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