Pubblicato: lun, 17 Feb , 2014

Corteo a Ferrara per Federico Aldrovandi

Familiari e amici chiedono il licenziamento degli agenti condannati per l’omicidio dello studente, ma per il Sap le vere vittime sono i poliziotti

1654193_660352774025677_121738892_nIn migliaia si sono ritrovati sabato pomeriggio in piazza a Ferrara, al grido “Via la divisa”, per manifestare contro il reintegro in servizio dei quattro agenti che, il 25 settembre del 2005, uccisero lo studente diciottenne Federico Aldrovandi: Monica Segatto, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Luca Pollastri. Condannati per omicidio colposo, i poliziotti hanno scontato le loro condanne e, una volta tornati in libertà, sono stati tutti assegnati a ruoli amministrativi, continuando ad indossare la divisa. «Avremmo preferito non dover scendere di nuovo in piazza – ha detto la mamma di Federico, Patrizia Moretti –. Avremmo preferito che non fosse necessario. Avremmo preferito vedere l’intervento dello Stato, invece lo Stato non è intervenuto e i quattro poliziotti sono tornati al lavoro, ancora nelle loro divise, ancora “tutori dell’ordine”».

Il lungo corteo, al quale hanno preso parte anche Ilaria Cucchi, Lucia Uva,  Domenica Ferrulli e tanti altri familiari dei cosiddetti “morti di Stato”, ha attraversato la città partendo da via Ippodromo (la strada dove Federico fu picchiato a morte), fino alla Prefettura in via Ercole I d’Este. È lì che i genitori e il fratello di Federico, insieme ad alcuni rappresentanti dell’Associazione “Federico Aldrovandi”, hanno incontrato il prefetto di Ferrara Michele Tortora, per chiedere la destituzione dei quattro poliziotti e l’introduzione del reato di tortura in Italia, nonché l’obbligo dei numeri identificativi per gli appartenenti alle forze dell’ordine. «Gli abbiamo chiesto il licenziamento degli agenti di polizia. Il prefetto ci ha detto che scriverà al Ministero per presentare le nostre richieste», ha riferito il padre del giovane, Lino Aldrovandi. «Il fatto che gli agenti abbiano scontato una pena tanto breve e siano tornati alla loro attività è un sintomo che qualcosa non funziona», gli fa eco la moglie.

E mentre la società civile ricorda Federico e chiede per lui giustizia, c’è chi parla di «accanimento contro gli operatori delle forze di polizia». E, ancora, di «una pelosa macchina del fango che mistifica la realtà dei fatti trasformando, spesso, i violenti in eroi e i poliziotti in delinquenti». Autore di tali affermazioni è Gianni Tonelli, presidente nazionale del sindacato di polizia Sap.

Tonelli, nel suo attacco, non cita mai esplicitamente il caso Aldrovandi, ma è difficile non fare un collegamento tra tali esternazioni e la manifestazione svoltasi appena un giorno prima. Il sindacalista ha anche annunciato una campagna dal titolo “#vialamenzogna” (chiaro anche qui il riferimento all’iniziativa lanciata dalla famiglia del ragazzo): «A fronte delle migliaia di gesti eroici compiuti ogni giorno dai poliziotti sui quali spesso si tace, vi sono pochi casi isolati dove la strumentalizzazione ideologica e mediatica prevale sui fatti. Non mi riferisco soltanto alla vicenda Aldrovandi, che pure rappresenta un caso emblematico e nella quale le vere vittime sono i nostri colleghi». E conclude: «Noi siamo e resteremo sempre dalle parte dei poliziotti accusati ingiustamente, anche occupandoci della loro tutela legale. Oggi siamo pronti a lanciare una campagna nazionale che ha come primo obiettivo quello di difendere le donne e gli uomini in divisa».

Immediata la reazione del padre di Federico, che ha scritto a Tonelli una lettera, riportata di seguito integralmente:

«Sig. Tonelli, oggi leggo con meraviglia le sue dichiarazioni sulla stampa. Buon giorno, sig. Tonelli. Quanto tempo che è passato! Si ricorda quando nel febbraio 2006 entrando in questa storia lei disse Telestense intervenendo sul caso Aldrovandi: «se non fosse stato per il buon cuore di una signora . Federico sarebbe ancora la a sbattere la testa contro gli alberi»? Forse lei è stato un po’ distratto e assente in questi anni, se afferma oggi che le vere vittime sono quei 4 agenti condannati definitivamente in Cassazione. Vede, ora noi sappiamo che Federico è stato ucciso da 4 persone con una divisa addosso, e che non sbatteva la testa contro gli alberi e che quelle grida, con l’effetto che una signora telefonò alla polizia, tralasciando se il cuore della signora era un buon cuore o no, erano procurate dal male che stavano facendo a Federico e che quegli agenti erano loro che facevano urlare Federico. E’ diverso, non ne conviene? Quelle 54 ferite poi gliele hanno procurate i suoi colleghi Pontani Enzo, Forlani Paolo, Segatto Monica, e Pollastri Luca, che gli hanno rotto addosso due manganelli, mentre, piccolo particolare sa, per non cercare di farli apparire meglio di quello che sono, quest’ultimo lo calciava anche con i piedi mentre Federico a terra implorava di smetterla e di aiutarlo. Le vittime, mi permetta non sono quei suoi 4 colleghi definiti, non a caso, schegge impazzite da un procuratore generale della cassazione, ma Federico e basta. Non credo che lei rappresenti il pensiero di tutti i poliziotti, almeno lo spero. E per la privacy di altri suoi colleghi, perché “qualcuno chissà non gliela facesse pagare”, per le tante attestazioni di solidarietà che da loro ho ricevuto in privato, per un ragazzo ucciso senza una ragione con depistaggi compiuti da altri poliziotti, anche questa parte integrante della storia disgustosa dell’omicidio di un ragazzo di 18 anni che non stava commettendo alcun reato. Se leggesse quei commenti, ci rimarrebbe male glielo assicuro, ed è anche per questi “poliziotti” che ha un senso lottare perché quell’immagine di polizia sana e forte, che mio padre carabiniere ha sempre proiettato nella mia fantasia di bambino, ora di orfano di un figlio ucciso senza una ragione da 4 poliziotti, non sia strappata definitivamente. Si tranquillizzi sig. tonelli, nessuno ce l’ha con la polizia. Non l’ha ancora capito? E’ un qualcosa di troppo prezioso per tutti noi per potergli essere contro. Già che ci siamo le suggerisco anche una campagna tipo “via i delinquenti e i pregiudicati dalla polizia” e vedrà presumo che aumenterà il rispetto della gente. Sicuramente anche del mio e di Federico e di tutte le vittime di tante storie simili, parenti compresi. Un’ultima cosa vorrei chiederle, e scusi la mia ignoranza, quando lei nell’affermare, come da frase a lei attribuita sui giornali, sempre nel febbraio 2006, “questa società non ci merita”, lei lo intendeva come polizia di stato o come sindacato? La capisco sa, il figlio non era il suo e poi mi “consenta” cosa c’entrano i gesti eroici compiuti con questo. Questo non lo è. O no?».

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