Pubblicato: gio, 7 Nov , 2013

Contro la mafia, parole e azioni della rete Noi donne

In una lettera a Denise, figlia di Lea Garofalo, il dolore civico e umano di donne, giornaliste, scrittrici e rappresentanti della politica, che, alla testimone di giustizia, riconoscono grande coraggio.

 

  IMG_6522.JPGUna rete di donne stringe Denise, la figlia di Lea Garofalo, in un simbolico abbraccio. Lo fa con una lettera. Il testo, toccante, è stato letto ieri a margine dell’incontro pubblico “Parole e azioni di donne contro le mafie”, organizzato dalla rivista storica Noi donne e dall’associazione “Noi rete donne”, presso la sede romana dell’Università telematica Pegaso. Marisa Rodano, Roberta Morroni, Tiziana Bartolini e Danila Carlà hanno moderano e dialogato con la Laura Caputo, giornalista, con Isa Ferragutti, ex senatrice e presidente della cooperativa Libera stampa, Monica Soldano, direttrice di Radio Cento Passi, Paola Di Nicola, magistrato, Sonia Mecenate, dirigente del Mef, Maria Carmela Lanzetta, ex sindaco di Monasterace (Rc).

  Lea Garofalo, testimone di giustizia, è stata la compagna di un boss della ‘ndrangheta. Conosceva le persone del clan, i loro affari, i loro traffici. Con coraggio, ha rifiutato il ruolo di complice silente. Ha reagito, ha denunciato, si è ribellata a logiche che sentiva non le appartenessero. E’ difficile “contrapporsi alla forza pregnante dell’anti-stato, in certe situazioni è un gesto molto più che coraggioso, richiede eroismo”, riconoscono nella lettera a Denise le donne intervenute al dibattito. “La scelta di Lea è scelta definitiva che non consente ripensamenti e che implica rotture traumatiche anche dei rapporti familiari”.

Gli atti come quello di Lea Garofalo producono effetti dirompenti, sono in grado di mettere in dubbio i valori di un sistema che rivela la sua impotenza, perché accende nelle altre “fimmine” la consapevolezza della propria condizione e il desiderio di scrollarsela di dosso. Lo conferma il racconto di Paola Di Nicola, magistrato. Invitata in visita al carcere femminile di Pozzuoli, superati i reciproci pregiudizi, si è confrontata con le detenute in un dibattito tra donne spogliate della loro condizione. Lei non più giudice, loro non più carcerate. Successivamente, Barone Giuseppina – così, in un messaggio inviato alla Di Nicola, si firma la detenuta, moglie di un capo clan e vittima di una cultura patriarcale e antiquata – la ringrazia anche a nome delle sue compagne perché in quanto donna la giudice le ha “rappresentate, ci ha fatto sentire che abbiamo un ruolo. Noi, donne, non smetteremo di combattere quegli uomini che hanno un cervello, ma non hanno il cuore”.

La cultura criminale è subdola, impregna ogni atto, anche quello non malavitoso. Spiega Laura Caputo. L’idea è che il rispetto delle leggi sia un fastidio e non un bene comune. Ci sono, però, persone che reagiscono e non si rassegnano allo stato delle cose. Accettano di vivere la loro vita sotto scorta pur di ricacciare l’illegalità e ridare dignità al proprio territorio. Così è per l’ex sindaco di  Monasterace (Rc), Maria Carmela Lanzetta. Ha la scorta, perché ha agito per riaffermare l’idea di Stato, un po’ offuscata, in un paesino della provincia di Reggio Calabria. Ci ha provato, pur consapevole che non è facile far applicare le regole se il contesto che ti circonda è molto fragile. Ci ha provato, dando l’esempio con i propri comportamenti.

Bisogna superare la concezione diffusa nei territori in cui la criminalità è più presente: lo “Stato sono tutti (e quindi nessuno)”, lo “Stato sono loro” mugugnano spesso i cittadini di quei luoghi scaricando su altri le responsabilità, ricorda Isa Ferragutti, che riporta alla memoria la sua esperienza a Castellammare di Stabia (Na) come presidente della municipalizzata per i rifiuti. L’ex senatrice ribadisce con fermezza che lo Stato siamo noi e da noi parte il cambiamento.  Se mancano le regole, se manca la trasparenza, il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Stando alle classifiche, nel Bel Paese cresce l’indice di percezione della corruzione che è più alto persino di quello di Grecia e Bulgaria. Sonia Mecenate sottolinea che, risultati di questo tipo pregiudicano la credibilità del Paese agli occhi di chi ci osserva dall’esterno e in Italia dovrebbe investire, sono risultati che, constata ancora più amaramente,  generano un aumento della sfiducia nella democrazia da parte dei cittadini.  

Nella sala del dibattito organizzato dalla rete Noi donne si respirano passione civica e sentimento. Individuare i comportamenti che ci fanno indignare, può provocare reazioni e risvegliare le coscienze assopite. L’invito è della direttrice di Radio Cento passi, Monica Soldano, che si rivolge ai giovani: indignatevi, ma osservate e raccontare anche le esperienze positive. Ci sentiremo meno soli e potremo guardare con fiducia al futuro.

Al futuro ha pensato anche Lea Garofalo quando ha deciso di salvaguardare il bene più importante per una madre, la figlia. La lettera della rete Noi donne a Denise, si chiude con una tenera carezza, quella di una madre, Lea, che “noi sentiamo e pensiamo come madre di tutte e tutti coloro che hanno a cuore il progresso e la democrazia. Noi sentiamo Lea Garofalo Madre Universale per aver avuto cura del bene collettivo e anche dei/delle nostri/e figlie/e. Questo nostro dolore è civico e umano, è un grido di donne che riconoscono la grandezza di un gesto pubblico”.

Lettera di “Noi rete donne” indirizzata a Denise, la figlia di Lea Garofalo

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