Pubblicato: sab, 29 Dic , 2012

Che figli di P.(atriarca) !

Riflessioni su un linguaggio discriminatorio e sessuato. Proposta di una battaglia linguistica asessuale attraverso l’informazione alternativa.

 

(di Rosalba Di Giuseppe) Mentre aspetto il turno all’ufficio postale, sento due persone discutere, all’improvviso uno dice all’altro, sottovoce, in siciliano: figghi i pulla! Risento la stessa espressione, stavolta in italiano, per strada, all’università, al bar, davanti alla tv di fronte ad una partita di calcio,  a distanza di giorni, in vario modo, con tono scherzoso, disgustato, addirittura minaccioso. I mittenti e i destinatari del “presunto insulto” sono quasi sempre loro: gli uomini. L’oggetto però è la donna. Ho notato che neanche la lingua arberesh (dialetto albanese) è esente da questo tipo di esclamazioni. Quando un uomo si fa male, accidentalmente, invoca, quasi in forma di bestemmia, l’organo genitale femminile della sorella o della madre di chi ha accanto. Mi chiedo il motivo per cui, molti rappresentanti del sesso maschile, quando perdono la pazienza, tirano in ballo la categoria femminile. Povertà di linguaggio? Forse. Ignoranza? Anche. Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del linguaggio patriarcale. Tutte le potenze si sono coalizzate in una profana caccia alle streghe a favore di questo spettro.[.] È ormai tempo che le donne  espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla realtà dello spettro strategie testuali non sessiste per combatterlo. Il pensiero patriarcale, mascolinizzando il mondo, definendo tutto ciò che è femminile fragile e allo stesso tempo pericoloso, ha gettato le basi ad un linguaggio ideologico fortemente discriminatorio. I patriarchi hanno avuto timore (ce l’hanno avuto, eccome) dei movimenti femministi, ma non sono certo rimasti a bocca asciutta. All’ ufficio postale l’impiegata mi ha dato un modulo da compilare, ma non sono sicura che la mia richiesta è prevista o possibile. Non individuo la mia presenza, leggo: “Nome di COLUI che effettua l’operazione”. E ancora sulla carta d’identità noto “nato” e firma “del” titolare. ” Perchè non chiedere che vengano utilizzate forme inclusive? Secondo la studiosa del linguaggio Alma Sabatini, “l’uso di un termine anzichè di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria.” Nel marzo 2008 il parlamento europeo ha sentenziato che il termine “signorina” è  politicamente scorretto, perciò è stato abolito,  anche le donne debbono essere chiamate per nome e cognome, ehi tesoro non va più bene. Ma che dire degli  omicidi a sfondo passionale  a causa di raptus di gelosia da parte di  uomini primitivi? Invocare l’ evoluzione dell’uomo e i suoi diritti fondamentali non serve a niente se non si riconosce l’identità femminile. E’ necessario parlare bene per riconoscerci. La battaglia linguistica deve essere quotidiana perché è una battaglia di riconoscimento. Nel momento in cui non sono considerata come parte da interpellare, la mia opinione è superflua, la mia presenza è un’assenza.

 

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