Pubblicato: mer, 15 Gen , 2014

Caso Masi: aperta inchiesta sul carabiniere che denunciò i superiori

Un atto dovuto della Procura di Palermo, che aggiunge così un nuovo capitolo alla complicata vicenda giudiziaria, sul cui sfondo si innesta la mancata cattura dei boss di Cosa nostra

binnuprovenzanoLa Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta nei confronti del sottoufficiale dei carabinieri Saverio Masi, oggi caposcorta del pm Nino Di Matteo, titolare delle indagini sul processo trattativa Stato-mafia. Un atto dovuto, dopo la denuncia per calunnia e diffamazione presentata dai colonnelli Giammarco Sottili e Francesco Gosciu, un tempo al vertice del Nucleo e poi del Reparto operativo dei carabinieri di Palermo, e dal maggiore Michele Miulli. Si tratta degli stessi ufficiali che potrebbero finire nel registro degli indagati con l’accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Anche in questo caso sarebbe un atto dovuto.

Saverio Masi, è sempre bene ricordarlo, è il maresciallo che ha denunciato i superiori per averlo ripetutamente ostacolato nella ricerca di Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Più volte ha sostenuto di aver incrociato entrambi i boss e «di aver individuato casolari dove avrebbero potuto rifugiarsi i latitanti», ma anziché essere incoraggiato è stato stroncato. In particolare, Masi riferisce di quando, nel marzo del 2004, mentre si trovava a Bagheria a bordo della propria auto, una macchina gli tagliò la strada. Alla guida, stando al militare, c’era la primula rossa di Castelvetrano. Lo seguì fino ad una villa, dove Messina Denaro si sarebbe poi incontrato con una donna. Nell’eseguire le proprie indagini, in servizio al comando provinciale di Palermo, le relazioni di servizio con le quali riferì ai superiori ciò che aveva scoperto, sarebbero state «ignorate e talvolta corrette, con sottrazioni di alcune parti». Piuttosto che accogliere la richiesta di Masi di proseguire le indagini, gli avrebbero infatti chiesto di cancellare dalla relazione l’identità del proprietario della villa e quella della donna.

Oltre il danno la beffa. Masi è stato condannato per falso materiale e tentata truffa a sei mesi dalla Corte d’appello di Palermo per una sanzione del codice della strada da 106 euro. Una contravvenzione che avrebbe cercato di farsi togliere, producendo una falsa relazione del proprio ufficio, in cui si attestava che al momento dell’infrazione era in servizio con l’auto privata. Una sentenza che è stata accolta da un coro unanime di indignazione da parte della società civile. Lo stesso non può dirsi dei colleghi (a parte qualche rara eccezione), che si sono tenuti ben lontani da qualsiasi dimostrazione di sostegno. D’altronde in Italia siamo più bravi ad onorare gli eroi morti, mentre quelli vivi non siamo nemmeno in grado di riconoscerli.

E poi, ora, c’è questa ennesima spaccatura all’interno della Procura di Palermo. Da un lato si ritiene necessario indagare per le calunnie e diffamazioni di Masi ai danni dell’Arma, quale atto dovuto a seguito di regolare denuncia presentata da parte di chi si era premurato a liquidare le accuse del maresciallo come «chiacchiere». Dall’altro, al contrario, la stessa Procura non riconosce parimenti un atto dovuto indagare sulla veridicità o meno delle “anomalie” che avrebbero compromesso importanti indagini contro la criminalità organizzata, ivi compresa la cattura di pericolosissimi latitanti. Non solo. I pm Gaetano Paci e Maurizio Agnello hanno rimesso la delega sulle indagini riguardanti le presunte mancate catture di Provenzano e Messina Denaro e la presunta calunnia ai danni dei tre ufficiali dei carabinieri, ritenendo di non poter procedere contro Sottili, Gosciu e Miulli, inscrivendoli nel registro degli indagati, «per via dei rapporti personali e professionali intrattenuti con loro fino a qualche anno fa». La patata bollente passa ora al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo e al procuratore aggiunto Teresa Principato (che coordina le indagini contro Matteo Messina Denaro e per questo finita nel mirino del boss latitante dal 1993). Chissà, magari, con i magistrati Paci e Agnello che lasciano l’inchiesta, i titolari del fascicolo sulla trattativa inseriranno i tre ufficiali nel registro degli indagati. Quali iniziative intende adesso intraprendere la magistratura per accertare se nella catena di comando si siano verificati i fatti denunciati dal maresciallo Masi? Quelle esclusivamente, ci auguriamo, nel pieno rispetto della verità, indipendentemente dal grado dei carabinieri al quale gli (eventuali) indagati appartengono.

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