Pubblicato: gio, 11 Set , 2014

Carretti e burattini: un patrimonio quasi scomparso.

La casa museo di Antonio Curcio.

In un piccolo paese dell’entroterra messinese si nasconde un personaggio davvero molto particolare. Il suo nome è Antonio Curcio ed è un appassionato cultore della bellezza antica: non esiste definizione migliore che possa descriverlo. E’ un attento custode di tutto ciò che riguarda la storia, le tradizioni e le radici della nostra cultura siciliana.

DSC_0329La sua casa-museo racchiude in sé quanto di meglio maestranze artigiane nostrane abbiano potuto concepire e produrre. Custodisce segreti e tesori di inestimabile valore: carretti, pupi, cartoline, fotografie, immaginette sacre, dipinti, strumenti di lavoro e di uso quotidiano e un’infinità di altri oggetti.

Un’autentica passione per le cose antiche coltivata fin dall’età di sei anni. Passare un pomeriggio con lui significa immergersi con tutti i sensi in un passato recente eppure così lontano fatto di terra, di sudore, di stenti ma anche di gratificazioni, di emozioni vere e sorrisi autentici; significa entrare in punta di piedi in quel mondo magico custodito solamente dai nonni: i suoi racconti riportano alla mente l’odore del mosto appena pestato, il rumore cadenzato della macchina da cucire, il sapore acidulo del pane appena sfornato.

I carretti, l’oggetto di punta di questa impressionante collezione, sono uno dei concepimenti più importanti della nostra cultura popolare. Ignazio Buttitta ha scritto: “attraverso le immagini del carretto la cultura siciliana racconta se stessa”.

Il carretto artistico siciliano è il prodotto finale del contributo di diversi mestieri: l’intagliatore realizzava tutte le parti in legno, di solito utilizzando noce o faggio; il fabbro si occupava degli elementi in ferro battuto, come a càscia e u fusu; il caratore assemblava le varie parti e il pittore decorava le superfici. Quando Guy de Maupassant nella primavera del 1885, sbarcò in Sicilia, la cosa che lo colpì di più fu proprio il carretto siciliano, tanto da definirlo “un rebus che cammina” per il “valore degli elementi decorativi.”

Esistente già nel XIII secolo, il carretto venne adibito al trasporto delle cose più svariate: persone, materiali da costruzione, minerali, prodotti agricoli, carbone e perfino concime. Ma quello che oggi intendiamo per carretto siciliano viene istoriato con continuità solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando sulle fiancate del carretto cominciarono ad apparire figure stilizzate di santi e Madonne e scene di episodi biblici e cavallereschi – soprattutto degli eroi della leggenda carolingia: Orlando, Rinaldo, Angelica, Ruggero – inseriti in un fondale a tinta unita, rosso, giallo o blù. Al carretto tutto sfavillante di colori, veniva affiancato il carretto intarsiato, che è un vero capolavoro di scultura a bassorilievo. Curcio possiede chiavi – la traversa di legno intagliata con scene cavalleresche, posta tra le aste, sotto i tavulazzi, che è anche la parte più importante del carretto – di una bellezza e di una maestria da lasciare senza fiato. I particolari delle scene della Cavalleria Rusticana rappresentati, emergono già in uno sguardo d’insieme.

Una passione sconfinata verso quello che è diventato un vero e proprio oggetto di culto, l’ha portato a girare tutti gli angoli della Sicilia alla ricerca di pezzi unici, sottoposti poi ad un precisissimo lavoro di restauro. Curcio è uno di “quegli uomini, quelli di una volta, che avevano un’anima ed occhi che non somigliavano a quelli nostri; nelle loro vene, con il sangue, correva qualcosa di scomparso: l’amore e l’ammirazione per la Bellezza”.

Oggi parte della collezione è esposta al Castello di Milazzo, ma la parte più significativa resta gelosamente custodita nel meraviglioso mondo di Antonio, insieme alle sue storie di dame e cavalieri, principi e servitori, paladini e traditori.

Di Martina Imbesi

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