Pubblicato: sab, 30 Nov , 2013

Beni confiscati: sottrarli al malaffare, restituirli alla legalità e creare situazioni di sviluppo

Il sindacalista Liarda, dopo l’ennesima minaccia: «È tempo che la politica faccia la sua parte»

 

Liarda-300x160Qualche giorno fa l’ennesima minaccia. La 24^, per la precisione. Una lettera minatoria era stata recapitata all’ufficio del Comune di Petralia Sottana, in cui lavora la moglie. La missiva conteneva minacce di morte e le foto che ritraevano lui e la sua famiglia con sopra delle croci. Ciò che per molti sarebbe un fatto inquietante e per certi versi incredibile, fa invece parte ormai della vita quotidiana di Vincenzo Liarda, sindacalista Cgil da tempo impegnato in prima linea nella battaglia per il riuso sociale del feudo di Verbumcaudo a Polizzi Generosa (Comune sciolto per mafia): la tenuta di 150 ettari prima sequestrata e poi confiscata, grazie a Giovanni Falcone, al boss mafioso Michele Greco.

Il nuovo atto intimidatorio arriva a poche settimane di distanza dalle ultime minacce rivolte al dirigente sindacale, nel quasi assoluto silenzio della società civile e soprattutto della politica, che raramente ai bei discorsi fa seguire concrete azioni di contrasto. Poche, infatti, le parole spese a sostegno di Liarda e del suo impegno, tanto che la catena di intimidazioni continua ad andare avanti ad un ritmo indisturbato. Eppure, proprio queste costanti minacce sono la prova che la strada intrapresa dal sindacalista è quella giusta: in quei territori Cosa nostra persevera nel tentativo di controllo totale delle attività pubbliche e private. Ma le denunce di un uomo (lasciato) solo non possono bastare. È necessario che, da un lato, le forze dell’ordine procedano nelle indagini al fine di individuare i responsabili delle minacce, e, dall’altro, che le forze sociali e politiche si attivino per un’azione di sviluppo alla legalità. Parola, quest’ultima, «troppo spesso abusata e usata solo come slogan», sottolinea con amarezza e delusione Liarda, che da anni chiede la costituzione di un consorzio sviluppo e legalità delle Madonie da parte dei sindaci dei Comuni interessati.

Bisogna partire dai beni confiscati, affinché non siano dei vuoti a rendere, ma delle risorse per il territorio. «La politica non può solo riscontrare che nell’insieme siciliano ci sia un muro di gomma rispetto a tali problemi. […] Abbiamo istituito l’Agenzia dei beni confiscati che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto snellire, lavorando in maniera precisa e puntuale, l’iter che porta dal sequestro del bene alla sua confisca. Invece oggi è tutto al contrario. Non è possibile che trascorrano dai 7 ai 10 anni. Un’azienda, così, muore! E a pagare il prezzo più alto sono sempre i lavoratori. Se allora abbiamo individuato quali sono i problemi – continua il sindacalista – non capisco perché stiamo sempre a parlare delle stesse cose. Si rischia che a passare sia il messaggio che si stava meglio quando si stava peggio. In molti mi chiedono “Ma chi te lo fa fare?”, ed è un po’ come deporre le armi, perché tanto “non abbiamo dove andare”. Ci sono invece mille azioni e proposte che arrivano dai sindacati e dalle associazioni, volte proprio a snellire il procedimento di confisca».

Il valore dei beni confiscati in Italia ammonta a 40 miliardi di euro e la maggior parte di essi si trova in Sicilia. Tuttavia sembra lontano il momento in cui tali beni possano essere convertiti in risorse per il progresso civile ed economico del nostro Paese. E intanto i lavoratori delle imprese confiscate guardano con molta preoccupazione al loro futuro. Uno striscione della Cgil riportava tempo fa una frase altamente provocatoria: “Con la mafia si lavorava, con lo Stato no”. Ma non può e non deve essere così. «La risposta a questo punto – afferma Liarda, senza inutili giri di parole – è che la grande assente in questa vicenda è la politica. La politica deve assumersi le proprie responsabilità e fare finalmente delle scelte nette. Questa situazione non è più possibile: è giunto il momento che la politica esca dal suo stato quasi di rassegnazione se non di ambiguità, per diventare lo spartiacque in questa triste vicenda. C’è bisogno di azioni forti e simboliche».

Sullo sfondo, la legge d’iniziativa popolare che propone di rafforzare gli strumenti volti al riuso sociale delle aziende sequestrate e confiscate alle mafie, per sfruttarne a pieno le potenzialità occupazionali e di sviluppo per i territori, per ampliare l’attuale copertura degli ammortizzatori sociali, favorire l’emersione alla legalità dell’azienda nel momento della gestione da parte dell’autorità giudiziaria, sostenere il percorso di riconversione delle aziende per rilanciarle nella fase di confisca. La proposta di legge n. 1138 si inserisce nel solco tracciato in questi anni dalla legge Rognoni-La Torre e della legge n.109/96, che oggi permettono di restituire alla collettività quello che le mafie hanno accumulato con la violenza e la sopraffazione. Rappresenta, senza dubbio, un sostegno al lavoro della magistratura e dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati, ma per rafforzare ulteriormente gli strumenti di contrasto alle mafie su un terreno economico e sociale, è fondamentale che vengano colmati i limiti dell’attuale legislazione. Per un migliore utilizzo dei beni confiscati e sequestrati è auspicabile una riforma del Codice antimafia. Le imprese mafiose infatti, nel Terzo millennio, hanno agito su due fronti, associando al controllo del territorio il reinvestimento dei profitti illecitamente ottenuti.

Non è più tempo di indugi: «Ognuno di noi – conclude Liarda – può fare la sua parte e dare un piccolo contributo al cambiamento di questa società».

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