Pubblicato: lun, 2 Set , 2013

Attilio Manca? Niente dubbi, fu ucciso

La famiglia dell’urologo, che avrebbe curato Provenzano in Francia, continua a chiedere giustizia. Oggi a Barcellona Pozzo di Gotto una manifestazione

di Matilde Geraci 

NEWS_159177Il gip di Viterbo, Salvatore Fanti, ha accolto la richiesta di archiviazione delle posizioni di cinque dei sei indagati per la morte dell’urologo Attilio Manca, avvenuta nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 2004: Ugo Manca (cugino di Attilio), Angelo Porcino (già in carcere perché ritenuto affiliato al clan mafioso dei “Barcellonesi”), Salvatore Fugazzotto, Lorenzo Mondello e Andrea Pirri. Rimane solo una persona indagata: Monica Mileti, una cittadina romana sospettata di aver fornitola dose letale di eroina al medico. Disponendo l’archiviazione, il gip ha così confermato il suicidio per overdose del dottore, scartando la pista mafiosa, da sempre, invece, considerata alla famiglia Manca, l’unica possibile da seguire.
«Proviamo grande amarezza e grande imbarazzo nei confronti della Procura viterbese, che chiude in questo modo una vicenda così complicata», afferma il fratello Gianluca, che, insieme alla mamma Angela, non ha mai smesso di lottare e chiedere giustizia.
Secondo i famigliari, infatti, la morte di Attilio è strettamente collegata al viaggio che Bernardo Provenzano fece a Marsiglia per operarsi alla prostata. Era l’autunno del 2003, quando il superboss corleonese, malato e ancora latitante, andò nella cittadina francese. In quello stesso periodo, il giovane medico, a trentaquattro anni considerato già uno tra i migliori urologi in Italia, si recò all’insaputa dei colleghi in Costa Azzurra, come riferì lui stesso nel corso di due telefonate ai genitori. Basterebbe questo (non poi tanto) semplice dettaglio a far venire quanto meno il sospetto che si tratti di una “strana” coincidenza.
Non è difficile pensare che Provenzano abbia preteso di essere visitato e operato da un luminare dell’urologia e che, una volta che questi non gli serviva più, l’abbia fatto uccidere. Attilio era ormai soltanto un testimone scomodo da mettere a tacere. Un dettaglio, si diceva, quello che vede un malato di tumore alla prostata e un medico urologo, trovarsi lo stesso mese nella medesima città.
Eppure le stranezze non si fermano qui. Manca viene ritrovato due mesi dopo morto sul letto di casa sua, a Viterbo, con il setto nasale rotto e due fori sul braccio sinistro. La causa della morte, secondo le indagini effettuate con inaudita superficialità subito dopo il ritrovamento del cadavere, sarebbe stata un’overdose di eroina mista a tranquillanti, che la vittima si provocò da sola, iniettandosi la dose letale.
Suicidio, quindi. Questa è la conclusione a cui arrivò il pm Renzo Petroselli titolare del fascicolo. Caso chiuso. Ma non per la famiglia. Peccato, infatti, che Attilio fosse innanzitutto un mancino puro e, dunque, nell’ipotesi in cui davvero avesse voluto iniettarsi la droga, l’avrebbe fatto nel braccio destro e non in quello sinistro.
Il suo corpo fu ritrovato seminudo, riverso nel letto, in una pozza di sangue e con evidenti segni di colluttazione. Inoltre, sia all’interno dell’abitazione che nell’armadietto del Belcolle di Viterbo (uno dei primi ospedali italiani ad effettuare operazioni alla prostata in laparoscopia) non furono trovati né il portafoglio né i documenti di Attilio. In casa furono rinvenute, invece, due siringhe da insulina, usate, alle quali era stato diligentemente riposto il tappo salva-ago.
Un’azione priva di senso per un uomo che avrebbe deciso di suicidarsi. Sul parquet di fronte all’ingresso del bagno, dove era stata rinvenuta una delle due siringhe, era presente una lesione, provocata – si pensa – da un violento colpo dovuto a un oggetto sferico. Un danno che i genitori Angela e Gino furono costretti a pagare alla proprietaria della casa.
L’esistenza condotta dal dottor Attilio Manca, un professionista di altissimo livello, non faceva presagire nessuna intenzione di togliersi la vita. Di lì a poco sarebbe dovuto persino partire per la Bolivia con “Medici Senza Frontiere”, per svolgere alcuni mesi di volontariato, al termine dei quali doveva andare negli Stati Uniti per seguire uno stage d’aggiornamento presso un ospedale di Cleveland. Non sorprende affatto, quindi, che in pochi credano all’ipotesi del suicidio. Primi fra tutti i genitori e il fratello, per i quali non c’è dubbio che si tratti di un omicidio di mafia, sul cui sfondo va letto il nome di Bernardo Provenzano.
I dubbi li ha avuti, invece, la Procura di Viterbo. Dalla morte di Attilio non c’è stato nessun processo e tre richieste di archiviazione avanzate dal gip Fanti sono state sempre rigettate dal pm Petroselli. Ora, però, gli inquirenti sono certi più che mai: la mafia non c’entra niente. La pista mafiosa è stata peraltro esclusa in questi anni anche dal presidente del Senato Pietro Grasso che, quando era ancora Procuratore nazionale antimafia, disse che si sarebbe mosso solo dopo avere ricevuto dai Manca i tabulati che provavano la presenza dell’urologo a Marsiglia. Ennesima, inspiegabile reticenza.
E poi ci sono le inquietanti stranezze, troppe, che ruotano intorno al caso: cinque dei sei indagati sono vicini agli ambienti mafiosi messinesi, e tutti e cinque sono di Barcellona Pozzo di Gotto. Viene istintivo almeno chiedersi come mai un medico, da Viterbo, debba addirittura affidarsi a ben cinque persone, lontane oltre 800 chilometri per poter avere un po’ di droga. E perché – se lo chiede anche la famiglia Manca – non sono mai state approfondite le dichiarazioni del boss Francesco Pastoia?
Nel gennaio 2005 furono rese pubbliche le intercettazioni nelle quali quest’ultimo raccontava che il capo di Cosa Nostra era stato curato e operato a Marsiglia da un urologo siciliano nell’ottobre del 2003. Altre coincidenze? Per fugare ogni dubbio, perché non sono mai stati fatti i relativi accertamenti attraverso ulteriori riscontri? Se l’urologo di cui Pastoia parlava non era Attilio, allora di chi si trattava? Impossibile andarlo a chiedere allo stesso Pastoia: appena tre giorni dopo l’arresto, fu trovato impiccato nella sua cella, nel carcere di Modena.
Ulteriore conferma che le indagini sono state condotte in maniera a dir poco superficiale è che la famiglia Manca ha dovuto attendere ben otto anni perché i Ris facessero i dovuti accertamenti sulle siringhe. Accertamenti dai quali non è emerso nulla. Non è stata trovata, infatti, nessuna impronta. Né di Attilio, né di altre persone. E mai sono stati acquisiti i tabulati telefonici del 2003, nonostante la pressanti richieste del legale di famiglia, l’avvocato Fabio Repici, e che avrebbero potuto provare la presenza di Attilio a Marsiglia.
«Un caso così andava affidato ad un pool di inquirenti specializzati per verificare, nel modo più approfondito possibile, l’ipotesi mafia e il collegamento con il viaggio di Provenzano a Marsiglia. Ma incredibilmente nessuno ha fatto questa verifica. Occorre un intervento legislativo che istituisca una task force facente capo alla Procura nazionale antimafia, che abbia la possibilità di coadiuvare direttamente le procure di volta in volta coinvolte, anche quando, come in questo caso, non si tratta di una procura distrettuale antimafia», ha ribadito Antonio Ingroia, in merito all’archiviazione dei cinque indagati barcellonesi. Personalità, queste, tutte legate a vario titolo agli ambienti mafiosi messinesi.
I misteri nel “caso Manca” non sembrano mai abbastanza. Adesso è spuntato pure un presunto testimone su Facebook. Un certo M.L.B., che si dice ausiliario all’ospedale di Castelvetrano, avrebbe commentato dal proprio account un articolo che dava notizia dell’archiviazione e, rivolgendosi direttamente alla madre dell’urologo, scrive: «Gentile signora, suo figlio era in Castelvetrano il 5 maggio 2003 ricoverato in ortopedia, appoggiato in chirurgia generale perché troppo piena, io stesso ho preparato la stanza undici per un vecchio che dovevo assistere, ma che forse era già ricoverato nell’altro reparto.intuivo che c’era qualcosa che non andava. Si presentava alle ore 7:45, un vecchio di statura piccola tanto da essere portato in braccio, da un uomo coi capelli bianchi, alto e robusto e gentile con cui ho parlato e non aveva alcun tipo di accento…il vecchio dopo l’arresto, l’ho riconosciuto come Bernardo Provenzano, dato che si era presentato come Gaspare Troia. L’uomo coi capelli bianchi, l’ho riconosciuto come Salvatore Lo Piccolo e il figlio Sandro.erano 15 persone, troppe per un vecchio in una stanza sola. Sentivo dire che c’era un medico famoso di Roma, mai Viterbo, che era esperto in tumori di prostata, che sapeva solo lui fare tale intervento, era vestito coi pantaloni e dolcevita mattone che ha in foto, ma capelli che coprivano le orecchie.un dolcevita a maggio.strano».
Spetta ora agli inquirenti verificare la veridicità delle affermazioni di M.L.B., ennesimo punto oscuro da chiarire in questa tragica vicenda, dove la Verità e la Giustizia sono state sepolte sotto cumuli di silenzi omertosi.
Il dolore e la rabbia non hanno però tolto alla mamma Angela, al papà Gino e al fratello Gianluca la speranza e la voglia di continuare a lottare. E in questa lotta non sono soli. In riferimento alla notizia relativa all’accoglimento della richiesta di archiviazione per cinque dei sei indagati, l’A.N.A.A.M. (Associazione Nazionale Amici Attilio Manca), «dichiara la decisione emessa dal gip di Viterbo (non ancora notificata tra l’altro alla famiglia Manca, al contrario degli indagati) antitetica alla verità storica dei fatti ancora del tutto da accertare con criteri d’indagini che rispondano all’oggettività, alla professionalità, alla coscienza ed all’etica». L’Associazione ritiene, inoltre, che «sia stata perpetrata una palese negazione dello Stato di diritto di questa Nazione; che la tesi dell’omicidio di mafia nella morte del dott. Attilio Manca rimanga l’unica percorribile dal punto di vista strettamente giuridico; che il dott. Attilio Manca era un rispettabilissimo urologo non incline a modelli di comportamento contrari alla sua etica umana e professionale tali da indurlo, eccellente medico mancino radicale qual era, ad iniettarsi letali dosi di eroina nell’avambraccio sx».
«Nelle forme e nelle sedi opportune – conclude Stefano De Barba, presidente dell’A.N.A.A.M. – civilmente e democraticamente, continuerà ad elargire, con granitica determinazione, sostegno alla famiglia Manca affinché Verità e Giustizia, in questo Paese a democrazia palesemente incompiuta, possano restituire dignità al dott. Attilio Manca, alla sua famiglia ed a tutti i cittadini italiani che da anni razionalmente non accolgono anomale ed imbarazzanti ricostruzioni processuali. L’augurio, che codesta Associazione rivolge al Paese Italia, si nutre della speranza che qualcuno prima o poi inizia ad indignarsi».
Ed è proprio in occasione dell’archiviazione dei cinque indagati barcellonesi nel procedimento volto ad accertare le cause della morte di Attilio Manca, che oggi l’Associazione Amici di Attilio Manca, organizza a Barcellona Pozzo di Gotto un corteo pacifico con l’obiettivo di coinvolgere tutta la cittadinanza locale e sensibilizzare le coscienze sulla gravità di un provvedimento iniquo che lede la dignità di ogni cittadino. Si partirà alle 18.30 da Piazza Falcone-Borsellino, dove ha sede il Tribunale del comune in provincia di Messina, per proseguire lungo la stessa via Falcone-Borsellino, incanalandosi verso la via Roma, raggiungendo Piazza San Sebastiano e proseguendo verso le vie Garibaldi, Spagnolo, San Francesco Bosco, e fermarsi davanti al Comune.
Insieme ad Angela, Gino e Gianluca Manca ci saranno Salvatore Borsellino; Piero e Pasquale Campagna, i fratelli di Graziella; Antonio Presti, presidente della Fondazione Antonio Presti- Fiumara d’Arte; l’europarlamentare Sonia Alfano, presidente della Commissione Speciale Antimafia, ma soprattutto figlia di Beppe; Santo Laganà, presidente dell’Associazione “Rita Atria”; il giornalista e scrittore Riccardo Orioles, socio fondatore della rivista “I Siciliani”; oltre, ovviamente, diversi amministratori e politici siciliani.

 

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