Pubblicato: ven, 27 Dic , 2013

Antimafia: è sempre più scontro tra “primedonne” e “professori”

Necessario, invece, un confronto umile tra tutti i soggetti che, in buona fede e con gli strumenti che hanno a disposizione, si battono quotidianamente nella promozione della lotta alla criminalità organizzata

dallachiesa-cavallidallachiesa-cavalli“I professionisti dell’antimafia”: titolava così il famoso articolo di Leonardo Sciascia apparso sulle pagine del Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, in cui lo scrittore di Racalmuto, commentando l’opera dello storico inglese Christopher Duggan, dedicata all’analisi del fenomeno mafioso nel periodo fascista, osservava come la lotta alla mafia fu, in quell’epoca, strumento di una fazione, interna al fascismo stesso, volta al raggiungimento di un potere incontrastabile. «Insomma, l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e critica mancando. E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Eccone uno attuale ed effettuale», scriveva Sciascia, il cui bersaglio principale era Paolo Borsellino, che qualche mese prima era diventato procuratore della Repubblica di Marsala, e più in generale il comportamento di alcuni magistrati palermitani del pool antimafia, i quali a suo dire avevano utilizzato la battaglia al sistema mafioso, come strumento per fare carriera.

Borsellino finì sotto la lente incauta dello scrittore, perché aveva vinto il concorso per l’assegnazione di quel prestigioso posto. Posto che sarebbe dovuto spettare ad un collega “più anziano”, ma che si guadagnò di diritto per le specifiche competenze professionali maturate sul campo e riconosciute dal Csm. Inutile dire che quell’articolo scatenò una serie di aspre polemiche e Sciascia fu a poco, a poco sempre più isolato dal panorama politico-culturale dell’epoca. Colui che certamente aveva più diritto degli altri a prendersela, non lo fece. Anzi, quando i due si incontrarono proprio a Marsala, un anno esatto dopo la pubblicazione del pezzo, la querelle montata ad arte da chi evidentemente aveva interesse nel farlo, si concluse con un pranzo sul lungomare della cittadina trapanese. «Sembravano due vecchi amici che si rivedevano dopo tanti anni», ricordò la moglie del giudice poco tempo fa, la quale, in un’intervista rilasciata ad Attilio Bolzoni per la Repubblica, dichiarò: «Leonardo Sciascia vent’anni fa aveva capito tutto prima degli altri».

Un gigantesco fraintendimento, quindi, di cui rimase vittima lo stesso autore del celebre j’accuse. La cui tesi di fondo, non solo cercava giustamente di mettere in guardia da chi sfruttava la lotta alla mafia per un tornaconto personale, ma torna attuale più che mai. Un esempio per tutti: il caso di Rosy Canale, presidente del Movimento Donne di San Luca, accusata di truffa aggravata e peculato per essersi indebitamente appropriata dei finanziamenti erogati dal Ministero della Gioventù, dalla Presidenza del Consiglio regionale della Calabria, dall’Ufficio territoriale del governo di Reggio Calabria e dalla Fondazione “Enel Cuore”. Una vicenda sulla quale il procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria Nicola Gratteri ha speso parole durissime, ma giuste: «Da tanti anni metto in guardia da chi si erge a paladino dell’antimafia senza avere una storia alle spalle. Non solo da magistrati, da investigatori, da giornalisti, ma da cittadini non possiamo tollerare che ci sia gente che ne abbia fatto un mestiere. Abbiamo tutti l’obbligo di essere vigili nei confronti di queste condotte che non solo sono penalmente rilevanti, ma anche eticamente riprovevoli e inaccettabili». Gratteri prende spunto dalla vicenda della Canale per lanciare pesanti accuse a quella che lui stesso definisce «antimafia delle parole». Troppo spesso, afferma, «manca la coerenza fra ciò che si dice e ciò che si fa».

Un singolo episodio vergognoso non può e non deve andare a scapito della “buona antimafia”. Quella vera, che parecchie associazioni e tantissimi cittadini riescono a portare avanti ogni giorno, lontani dai riflettori e dalla corsa a premi e medaglie. L’antimafia è uno strumento necessario e importantissimo per una società che si definisce civile, e non capirlo, pensando che un esempio negativo possa spegnere la luce di quelli positivi, fortunatamente ben più numerosi, è un errore in cui non dobbiamo cadere. Ci è caduto invece, ahimè, Nando dalla Chiesa.

Nell’articolo titolato “Benvenuti al circo antimafia”, pubblicato sabato 21 dicembre su Il Fatto Quotidiano, dalla Chiesa, parla di «bubbone da far scoppiare», riferendosi «al variopinto circo che vorrebbe prendere le bandiere dell’antimafia» e citando proprio il caso di Rosy Canale, eletta «eroina dell’antimafia». «Perché – si legge ancora – se qualcuno viene accreditato, senza mai un controllo, da un intero circuito di giornalisti, premi, artisti o associazioni, la gente alla fine è pronta a farne un’icona. E a farsi compartecipe di una truffa». Critica più che mai legittima, la sua, che però poi, scorrendo l’articolo, diventa un attacco esplicito a chi in realtà è ben lontano da quell’antimafia fatta solo di parole e in cerca di consenso prima di tutto politico. Accuse dirette, di cui risulta difficile capirne le motivazioni, certamente incaute come lo furono quelle che spinsero ventisei anni prima Sciascia ad attaccare Borsellino.

Dalla Chiesa scrive che qualcuno «è intervenuto per ammonire, testualmente, “le cose si raccontano tutte e bene, andrebbe detto a un certo signor  Nando”. E qui si apre l’ulteriore, e più grottesco, capitolo. Chi è infatti questo censore?». Il giornalista parla di Luigi Bonaventura, ex boss di ‘ndrangheta, che sette anni fa è diventato collaboratore di giustizia. «Per spiegare che cosa intenda un mafioso quando dice “signor Nando”, e quanto questo sia tipico del linguaggio della delegittimazione mafiosa – spiega il giornalista – basta rileggersi il Falcone di “Cose di Cosa nostra”. Ma il fatto è un altro. Questo boss che da me pretende chiarimenti, da un lato protesta ovunque per non essere protetto dallo Stato (che lo lascerebbe in pericolo) dall’altro gira l’Italia a far dibattiti sulla mafia, invitato da ineffabili associazioni antimafia (come se ai tempi si fosse invitato Buscetta o Contorno). Ed è pure lo stesso che ha raccontato non ai magistrati ma a un giornale telematico che la ‘ndrangheta aveva deciso di uccidere Giulio Cavalli. […] Morale: il pentito sparge rivelazioni sui rischi mortali che corre Cavalli e Cavalli dichiara ovunque che il pentito è credibilissimo. Uno riceve la scorta e l’altro viene invitato ai dibattiti e scrive perfino editoriali». E prosegue, tra esempi (Saviano) e paragoni (Canale), per concludere: «Qui tutto si rovescia invece in un tripudio di soubrette e saltimbanchi, narcisi e veterani senza storia (o dalla storia taroccata). Senza più alcuna remora morale. Al punto che il pluriassassino trasformato in antimafioso doc esorta sprezzante il figlio della vittima di mafia a dire la verità. Quando invece è arrivato il momento di dire basta».

Lo stupore nel leggere questo attacco è tanto. Ancor più che le parole provengono da un intellettuale, familiare di vittima di mafia. Stupiscono perché con queste accuse si scredita la figura del collaboratore di giustizia Bonaventura, ritenuta invece attendibile dallo Stato, visto che ha collaborato e collabora con decine di Procure, aiutando la magistratura ad arrestare pericolosi ‘ndranghetisti e a fare luce sulla trattativa che pezzi deviati delle Istituzioni avviarono con la ‘ndrangheta (“non contenti” di dialogare soltanto con Cosa nostra). Forse dalla Chiesa non gradisce i collaboratori di giustizia, quali strumento nella lotta alla criminalità organizzata? Eppure il loro contributo, è innegabile, è fondamentale tanto quanto quello dei testimoni di giustizia. Lo avevano capito Falcone e Borsellino e lo aveva compreso ancora prima proprio Carlo Alberto dalla Chiesa. Il generale, infatti, fu un importante innovatore nelle tecniche di investigazione sul terrorismo e sul crimine organizzato con l’uso dei pentiti e degli infiltrati, creando negli anni Settanta il Nucleo Speciale Antiterrorismo, dalle cui ceneri nacque vent’anni dopo il Ros.

Se da un lato Nando dalla Chiesa smonta il lavoro della magistratura, dall’altro, parallelamente, sminuisce anche il lavoro di Giulio Cavalli. Attore che dell’impegno civile, quale forma di contrasto alle mafie, ne ha fatto una ragione di lavoro e di vita. Tanto da dover vivere oggi sotto scorta, a causa delle sue denunce e in seguito alle concrete minacce di morte. E nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, è lo stesso Cavalli a scrivere sul proprio profilo Facebook: «A proposito, tanto per sorridere insieme: il mio compenso per la serata al Teatro Biondo di Palermo è stato 0. Zero».

Se questo Stato non è in grado di garantire tutela ad ogni suo singolo cittadino (figliol prodigo o meno che sia), che almeno ci sia il rispetto per chi promuove, davanti a una Corte o ad una platea poco importa, la lotta alle mafie. Diversamente, c’è di fondo qualcosa che non va e che dovrebbe preoccuparci: un pregiudizio dell’antimafia nell’antimafia. È vero che ultimamente la lotta alla criminalità organizzata è diventata per molti un business. Troppi libri e film, per non parlare dei convegni che da Nord a Sud si organizzano attorno al tema, durante i quali si fanno i soliti discorsi, ma di azioni concrete nemmeno l’ombra. E non possono che tornare di nuovo alla mente le parole del procuratore Gratteri: «La vera antimafia si fa senza sovvenzioni pubbliche». Finanziamenti di cui invece Libera beneficia largamente, così come di un saldo legame con un ben determinato gruppo politico. Tutto lecito, per carità. Però, forse dalla Chiesa, presidente onorario dell’associazione, dovrebbe pensare anche a questo, prima di lanciare anatemi e procedere a condanne aprioristiche.

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