Pubblicato: lun, 30 Ott , 2017

Alle origini del male

Dal Valdarno in West Bank per capire: la testimonianza di un giovane studente di San Giustino Valdarno.

 

Angelo è un giovane studente valdarnese di Scienze politiche all’Università di Firenze. E’ andato in Palestina per capire: perché dalla West Bank bisogna partire per iniziare a capire, dalla terra che secondo i trattati di Oslo è palestinese ma è occupata dall’esercito di Israele, dalla terra dove i cittadini legittimi devono avere il permesso dei soldati israeliani per entrare ed uscire dai loro territori, dalla terra dove gli insediamenti dei coloni israeliani, sionisti estremisti, sono stati dichiarati illegali dal Tribunale dell’Aia ma Israele continua a costituirli, prendendosi brano a brano la terra che non è sua. La poca credibilità del consesso internazionale, che non ha saputo far applicare le proprie deliberazioni di violazione del diritto internazionale da parte di Israele, ha naturalmente incancrenito le contraddizioni mediorientali.

Questo il racconto di Angelo

La mia testimonianza si basa su ciò che ho visto, sulle storie delle persone che ho incontrato e sulle esperienze degli attivisti delle varie associazioni che ho conosciuto durante il mio periodo a Hebron e in altre zone della West Bank con L’International Solidarity Movement (ISM). A seguito del “Protocollo di Hebron” la città è stata divisa in 2 parti: Hebron 2 (circa il 20% del territorio) sotto il controllo israeliano, dove risiedono circa 700 israeliani e dove sono in servizio circa 7000 soldati (un rapporto di 10 soldati per ogni israeliano), e Hebron 1, dove risiedono circa 130000 palestinesi. Nella zona 2 della città vivono molti palestinesi che erano là già prima dell’occupazione, sono soggetti a fortissime limitazioni. Non è permesso loro di viaggiare in automobile, accedere alla zona della sinagoga, camminare su Shuhada Street (una delle vie principali della zona), è vietato il passaggio da determinate strade chiuse da muri (vi sono dei cancelli dai quali possono passare solo gli israeliani), alcune case, appartenenti a persone palestinesi, sono state occupate da coloni israeliani (con l’aiuto dell’esercito) e sono ancora occupate. Ad una famiglia palestinese che ho conosciuto non è stato permesso dai soldati di utilizzare macchinari edili per ristrutturare la loro casa, hanno dovuto fare tutto a mano. H2, un tempo trafficatissima (come mi è stato mostrato da alcuni negozianti che avevano foto della zona prima dell’occupazione), si presenta come una sorta di “città fantasma”, quasi tutti i negozi, una volta appartenenti a imprenditori palestinesi, sono stati chiusi, le strade sono sempre deserte tranne che nei giorni di festa e chiunque voglia accedere all’area deve superare i checkpoint, da alcuni di questi è vietato l’accesso ai palestinesi che non risiedono nell’area. In questa parte della città vi è il quarto luogo più importante dell’Islam, l’Ibrahimi Mosque. L’accesso alla moschea è controllato dall’esercito israeliano e il checkpoint limitrofo a volte è chiuso per intere giornate (solitamente nei giorni di festa ebraici). Nell’area sono presenti scuole palestinesi, tutte le mattine ci coordinavamo con altre organizzazioni per presidiare i checkpoint e le strade per assicurarci che facessero passare studenti e professori dai checkpoint e che essi non venissero aggrediti o disturbati dai coloni nel tragitto( come è accaduto spesso). Molti coloni viaggiano armati per le strade.

La violenza non è un’esplosione improvvisa, è una pratica giornaliera da parte dei coloni. E l’occupazione ha i suoi effetti anche in H1, sul mercato cittadino è stata costruita una rete perché i coloni israeliani gettavano spazzatura, pietre e oggetti vari sulle persone(sulla rete sono presenti sacchi della spazzatura e rifiuti vari, alcuni ci hanno mostrato foto di familiari feriti da sassi o oggetti vari; i coloni usano la violenza sia nei confronti dei palestinesi, sia nei confronti degli individui internazionali, durante il mio soggiorno un colono ha assalito una ragazza che stava riprendendo una manifestazione, l’ha colpita e scagliata a terra rompendole un braccio; i soldati tutti i giorni girano per la città, entrano nelle case delle persone, salgono sui tetti per controllare l’area, quasi ogni sabato viene organizzato un “tour” dove i militari limitano l’accesso alla zona della città vecchia e al mercato ai solo coloni. In questi casi cercavamo di essere nel mezzo del tour per controllare che non venissero arrecati danni ai negozi e alle abitazioni palestinesi come certe volte è accaduto.

L’uso della forza da parte dell’esercito israeliano è pressoché illimitato, ma è durante le manifestazioni che l’occupazione mostra tutta la sua crudezza, i soldati utilizzano bombe sonore e lacrimogeni per disperdere la folla, ma anche per ferire, e proiettili di metallo ricoperti di gomma o proiettili calibro 22. L’utilizzo di proiettili rivestiti in gomma è preferito all’uso di munizioni calibro 22, perché causano ingenti danni ma senza uccidere (così da far risultare un numero minore di morti ma un altissimo numeri di feriti, alcuni gravi, nelle statistiche annuali). I soldati mirano agli occhi, alla base della schiena o alle ginocchia così da accecare, paralizzare o comunque ferire gravemente i civili. Durante queste manifestazioni ho potuto assistere a tantissimi arresti, molti dei quali a danno di giovanissimi palestinesi che venivano ammanettati, bendati, picchiati e portati via. In un’occasione ho assistito all’arresto di un ragazzo che semplicemente guardava la manifestazione seduto ad un coffe shop. Per quanto riguarda i controlli, gli arresti e le detenzioni i militari israeliani agiscono indisturbati, possono fermare, trattenere e interrogare civili senza la necessità di un mandato, quando un palestinese viene arrestato, viene trasferito ed interrogato senza che venga informato su dove si trova, per i minorenni (anche bambini di 10 anni) non vengono informati i genitori o i parenti e molti ex detenuti raccontano di aver subito torture durante gli interrogatori.

L’occupazione israeliana della Palestina dura da decenni ed è andata via via crescendo di intensità, anche a seguito degli accordi di Oslo del 1993 che definivano i confini dello Stato israeliano e dello Stato palestinese rifacendosi alla risoluzione ONU 242 del 1967, e riconoscevano la Cisgiordania (West Bank) e la Striscia di Gaza come territorio palestinese. La Cisgiordania è attualmente divisa in tre settori: ZONA A; in questa zona l’amministrazione e il controllo militare sono palestinesi; ZONA B: in questa zona l’amministrazione è palestinese e il controllo militare è israeliano; ZONA C: in questa zona l’amministrazione e il controllo militare sono israeliani.

Tale divisione sarebbe dovuta essere temporanea ma è tutt’oggi in atto. Israele continua a favorire l’aumento delle sue colonie tramite sgravi fiscali e vendendo abitazioni a prezzi molto vantaggiosi a tutti i cittadini che decidono di trasferirsi in Cisgiordania. Le colonie israeliane sono state definite illegali da tutti i maggiori organismi internazionali tra cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, l’Unione Europea, Amnesty International e la Human Rights Watch, oltre a numerosi studiosi ed esperti che hanno qualificato gli insediamenti come una violazione del diritto internazionale. Oggi la Zona A comprende il 17% del territorio della Cisgiordania e vi vivono il 55% dei palestinesi. I confini della West Bank sono tutti sotto il controllo israeliano che ha costruito un muro lungo tutto il confine tra i due stati, la maggior parte del muro è costruita 20/30 Km all’interno del territorio palestinese, così, di fatto, Israele acquisisce maggior territorio a oriente. I palestinesi per poter uscire dal territorio devono ottenere l’autorizzazione israeliana che in molti casi viene negata (specialmente se un individuo risulta attivista della causa palestinese).

La Palestina non ha aeroporti (l’unico operativo era quello di Gaza, ma è stato distrutto a seguito dei bombardamenti e delle incursioni del 2001-2002), quindi per entrare e uscire dallo Stato si deve ottenere il visto israeliano. Le migliaia di persone che per motivi di lavoro, studio, cure mediche, ecc.. devono entrare in territorio israeliano ogni giorno sono costrette a fare ore e ore di fila per essere sottoposte a numerosi controlli (i lavoratori che, ad esempio, devono attraversare il checkpoint nei pressi di Betlemme si presentano alle 5 del mattino per non arrivare tardi al lavoro). In Cisgiordania non vi è un sistema ferroviario (a causa della divisione in zone) e gli unici mezzi, oltre all’automobile, per muoversi all’interno della regione sono navette e autobus. Il territorio è ricco di acqua (grazie al bacino del Giordano), ma lo Stato ebraico per il suo territorio attinge la maggior quantità di tale risorsa da qui, causando enormi problemi di scarsità idrica per i palestinesi, che non hanno un sistema di tubature che arrivi direttamente alle loro abitazioni, utilizzano delle cisterne posizionate sui tetti delle loro case e che devono essere continuamente riempite.

Una buona parte del PIL palestinese, circa il 12%, è costituito dalla raccolta delle olive, dalla loro lavorazione e dal loro commercio, ma tale attività è fortemente ostacolata nelle aree limitrofe agli insediamenti israeliani, dove in molti casi non viene autorizzata la raccolta, oppure è autorizzata per periodi troppo brevi (2 o 3 giorni) e anche se autorizzata è soggetta agli attacchi dei coloni, difesi dall’esercito, o vengono direttamente bruciati e distrutti gli alberi ed interi campi. Per quanto riguarda il commercio palestinese, nessun prodotto  può essere esportato direttamente dalla Palestina ma deve essere venduto tramite Israele, che vi applica il marchio “Made in Israel”. L’export potrebbe anche effettuarsi attraverso paesi confinanti, come ad esempio la Giordania, solo che i costi aggiuntivi risulterebbero economicamente insostenibili. Nell’area vi sono continue tensioni e ogni momento di calma è come se fosse artificiale, le aree più “calde” sono quelle vicine agli insediamenti dove spesso i coloni, protetti dall’esercito, agiscono in modo da minacciare ed impaurire la popolazione palestinese, ad esempio scagliando sassi o altri oggetti contro le persone e le loro abitazioni  e perciò tutte le case palestinesi hanno protezioni di ferro alle finestre; e ancora i coloni, occupanti illegali per il diritto internazionale, chiedono e ottengono, con la forza, il divieto per i palestinesi di passare per determinate aree, chiedono e ottengono l’abbattimento di alberi o strutture e in alcuni casi il divieto per alcuni palestinesi di stare nel giardino di casa loro, se il giardino da sulla vista di un’abitazione israeliana (ne ho avuto testimonianza dal racconto di  attivisti che mi hanno mostrato alcune foto).

Questo è ciò che ho visto e sentito raccontare e anche molto altro che tralascio per motivi di spazio: la mirata strategia israeliana di rendere sempre più invivibili i territori; ma i palestinesi cercano di resistere e non tanto come prospetta la grossolana informazione dei media, ma principalmente conservando e rinnovando la propria  cultura e la propria identità.

Angelo Camardo

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