Pubblicato: sab, 13 Giu , 2015

15 Maggio 1948: la Nakba (catastrofe).

15 maggio 1948, una data, un anniversario. Una data con due significati: uno per gli israeliani, uno per i palestinesi.

– di Barbara Gagliardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus –

 

palestinesiIl 15 maggio 1948 nacque lo stato di Israele. Un primo passo per la costruzione della Grande Israele, uno stato etnico per soli ebrei che, secondo il padre fondatore del sionismo Theodor Herzl, “l’area dello Stato ebraico si estende: dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate” e secondo Rabbi Fischmann, “la terra promessa si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, comprende parti di Siria e Libano”. Il progetto non comprendeva i palestinesi presenti sul territorio perché la Palestina era considerata “una terra senza popolo, per un popolo senza terra”.

Il 15 maggio 1948 per i palestinesi è la catastrofe, la Nakba e in questa data, ogni anno, ricordano le 800.000 persone costrette a lasciare le proprie case e i 531 villaggi distrutti. Quelle persone non hanno più potuto fare ritorno alle loro case perché distrutte o perché occupate dagli israeliani e molti di loro non hanno più potuto fare ritorno in Palestina, sono considerati indesiderati, sono rimasti profughi in altri paesi e, lì, hanno dato origine ad almeno due generazioni di profughi, circa 11 milioni, che sognano la Palestina; e questo nonostante la Risoluzione 194 dell’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite che prevede il diritto al ritorno dei profughi.

Cosa accadde nel 1947-48? Come ben descrive lo storico israeliano Ilan Pappé nel suo libro “Pulizia etnica della Palestina”- Fazi Editore, le bande armate sioniste iniziarono a mettere in pratica il Piano Dalet, messo a punto tra l’autunno del 1947 e i primi mesi del 1948 dall’organizzazione paramilitare ebraica in Palestina, Haganah e che aveva come scopo il controllo del territorio del quasi neonato Stato israeliano e la protezione degli insediamenti ebraici che ne erano al di fuori. Il piano, ufficialmente solo difensivo, prevedeva la possibilità di occupare “basi nemiche” poste oltre il confine e la distruzione dei villaggi palestinesi espellendone gli abitanti oltre confine, quando la popolazione fosse stata “difficile da controllare”. Gli effetti furono:

1947 – Massacro di Yehida: 7 morti e decine di feriti; 1947 – Massacro di Khisasa: 10 morti; 1947 – Massacro di Qazaza: 5 bambini morti; 1948 – Massacro all’albergo Semiramis: 18 morti e 16 feriti; 1948 – Massacro di Deir Yassin: 250 morti; 1948 – Massacro di Nasser Ed-Din: intero villaggio massacrato; 1948 -Massacro di Tantura: 200 morti, villaggio raso al suolo; 1948 – Massacro di Beit Daras: villaggio raso al suolo, popolazione sterminata; 1948 – Massacro della Moschea di Dahmash: 100 morti più i profughi che, successivamente, morirono di fame; 1948 – Massacro di Dawayma: 100 morti, tra cui molti bambini; 1948 -Massacro di Houla: 82 morti, 11 mila profughi; 1948 – Massacro di Salha: 105 morti.

Una delle vittime più note fu il villaggio di Deir Yassin, a Ovest di Gerusalemme, il 9 aprile 1948; Nassar Ibrahim lo ricorda così: “Tutto sembra troppo tranquillo qui a Deir Yassin. Un profondo silenzio sommerge il luogo, un triste silenzio che raggiunge la profondità delle anime. Questo è il silenzio della morte, della perdita e del tradimento. Dei ricordi silenziosi di bambini, donne e uomini. Si svegliarono di mattina e nei loro occhi c’erano migliaia di domane, ma nessuno ebbe il tempo per aspettare le risposte e morirono con gli occhi pieni di rimprovero, rabbia e paura. Caddero di mattina e a mezzogiorno. Il bambino non lasciò il petto di sua madre, così morirono insieme, i loro occhi arrabbiati guardavano il paradiso e la terra.” Le vittime furono oltre 200.

Il 21 Maggio 1948 fu la volta di Tantura, nel distretto di Haifa, 1490 abitanti; Tantura fu raso al suolo, le vittime furono oltre 200 e gli altri furono costretti a trovare rifugio altrove.

Due ex villaggi, due storie esemplari nella storia di un massacro che ha segnato la vita e la storia dei palestinesi.

Chi ha vissuto quei momenti non ha potuto dimenticarli, quando ne parla sembra immerso in una dimensione senza tempo da cui emergono truppe armate, spari, urla, violenze gratuite, ma anche volti familiari prematuramente scomparsi, uliveti, frutteti e allora le labbra stanche si piegano in un nostalgico sorriso… i figli e i nipoti dei sopravvissuti sono cresciuti in queste atmosfere, con questi ricordi e non possono fare a meno di sognare il giorno in cui potranno tornare in quella Palestina dal sapore del sogno.

Purtroppo la Nakba non è terminata nel 1948, è continuata ogni giorno, tutti i giorni, fino ad oggi e le manifestazioni per commemorare la Nakba sono atti di protesta contro l’occupazione e le violenze che da 67 anni colpiscono il popolo palestinese oppresso in patria e i profughi sparsi in giro per il mondo a sognare una Palestina che esiste solo nei ricordi dei genitori e dei nonni, perché gli israeliani l’hanno modificata, spesso irreparabilmente, costruendo colonie illegali sopra gli antichi villaggi, creando parchi di una memoria non loro per cancellare quella del popolo palestinese, ma i palestinesi non si arrendono e continuano a resistere, ognuno a modo suo.

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